La ragazza del muretto

Non era solo una questione di estetica, no, no anzi l’estetica era uno dei metri di giudizio che per ultimo sembrava  bussare ai suoi occhi; per carità quella ragazza appoggiata al muretto in attesa dell’autobus davanti a lui, che svogliatamente si appoggiava al palo della fermata, era veramente un angelo, ma non si trattava di questo. Era la sua fantasia che per prima cosa gli saltò agli occhi, non ci aveva mai scambiato una parola, eppure lo sapeva, lei era una creativa, una donna piena di fantasia, era evidente guardando la luce nei suoi occhi accendersi leggendo le pagine del libro che costantemente teneva in mano nell’attesa; come la luna si specchia nel sole per poter brillare, così i suoi occhi nocciola, profondi e visionari, riflettevano un mondo che solo lei riusciva a vedere davanti a se. Il suo sorriso spontaneo e imperfetto era la cosa che più di tutte si era impressa nella sua mente, la notte spesso era l’ultimo pensiero cosciente prima di abbandonarsi a sogni che avevano sempre lei come protagonista e che lui aveva l’impressione di non dimenticare mai al risveglio, non come tutti quelle altre banalissime fantasie notturne su chissà quali altri soggetti accatastati lì nelle nostre menti senza un motivo apparente. Il trucco raramente  sfoggiato, e comunque sempre e solo accennato, per esaltare i suoi lineamenti essenziali, le scarpe basse, i vestiti vissuti e soggetti ad una moda solo ed esclusivamente sua, le mani delicate che nello sfogliare le pagine sembravano scandire le note di un’arpa, la sciarpa colorata intorno al collo con il riflesso del tiepido sole invernale creava una cornice che ne esaltava la pelle candida, la voce spezzata dalla timidezza anche solo per rispondere a qualcuno che chiedeva l’ora, il naso all’insù, i capelli castani ricci e selvaggi di cui segretamente lui studiava la trama che lo riconducevano, come piccole scale a chiocciola, al suo viso così bello e vivo, come un quadro di Monet…

Mentre la pioggia iniziava a cadere, mentre il sole splendeva, mentre tutti correvano, mentre non si muoveva una foglia, lei era sempre lì in un mondo esclusivamente suo e in cui lui ogni notte sognava di entrare, ma da cui ogni mattina sistematicamente usciva quando la vedeva lì appoggiata ad un muretto con un libro in mano, troppo bella per non essere un sogno.

VOTAMI SU OK NOTIZIE
oknotizie

La puntualità

Io sono un tipo puntuale, lo sono sempre stato, se ci diamo un appuntamento arrivo 5 minuti prima, almeno, o 5 dopo, al massimo, e se ho un imprevisto ti avviso. Mio padre per esempio non è puntuale, vive proprio mezz’ora avanti rispetto a tutti noi! Lui arriva ad un appuntamento dalla mezz’ora in sù di anticipo, pioggia, vento, neve, invasione aliena… lui c’è, e comunque c’è sempre prima di te! In tutta la mia vita ricordo una sola buca data da mio padre, per sbaglio, in un momento veramente fitto di impegni, l’unica macchia (ricordo addirittura il nome e il cognome della persona dell’appuntamento, tanto fu storica) in un curriculum perfetto.

Se siete puntuali, come me, allora sapete bene che gran parte della vita di noi, gente precisa, si vive in attesa, proprio nel senso classico del termine, amici, fidanzate, clienti, amici di amici, cinema… tutto arriva sempre maledettamente dopo di noi! Sempre! Quante estati sotto il sole cocente alla fermata del bus senza l’ombra di un albero e con la tabella degli orari usata a mò di ombrellone per cercare almeno di evitare l’insolazione? Quante tramonti visti dal parcheggio di qualche negozio dove ci eravamo dati appuntamento?  Quante amicizie abbiamo fatto con passanti, negozianti, ambulanti, e tutte le categorie che finiscono in “…anti”,  nelle interminabili attese appoggiati ad un muretto? in quei minuti, quarti d’ora, mezz’ore, ORE di attesa abbiamo analizzato la vita, abbiamo inventato i reality show (perché dopo 45 minuti fermo in un posto cominci anche a impicciarti dei fatti degli altri per far passare il tempo! E neanche ti notano più, ti prendono per una decorazione urbana tanto hanno fatto l’occhio a vederti lì fermo!) abbiamo riempito pagine e pagine di un immaginario libro nella nostra testa, con: Principalmente insulti ai ritardatari, SMS letti e riletti, frasi sui muri, targhe di macchine, numeri di bus, scritte sulle magliette dei passanti, intercettazioni ambientali spiando le telefonate dei vicini, ipotetiche forme delle nuvole, cercare di capire a chi(o cosa) assomigli l’autista del trenino, descrizione dettagliate di ragazze bellissime che passano…e poi dei loro bruttissimi fidanzati, fare calcoli matematici impossibile nel tentativo di capire quanti mattoni siano stati utilizzati per costruire il muro del palazzo sul quale siamo appoggiati da ormai 1 ora e, ovviamente, dulcis in fundo provare a spiegarsi perché non cambiamo amicizie!

In tutto questo viaggio mentale legato all’attesa, io ho creato film, storie e MONDI Però ho capito una cosa: il ritardatario non ha semplicemente idea di cosa sia il tempo! Non lo sa! E’ inutile tentare di arrabbiarsi, non capisce, non è un’unità di misura accettabile per lui… “Il tempo?? AHAHA ma quello esiste solo nei film!” sembra pensare mentre lo si riprende per l’incredibile ritardo accumulato, come se gli avessi detto, che ne so: “io credo in babbo natale!”. Per un ritardatario il tempo è soggettivo, cambia, è mutevole! Basta analizzare la classica telefonata di avviso che scatta dopo il primo quarto d’ora di ritardo: “tra 2 minuti arrivo” per poi farne passare altri 15! Il ritardatario non sa contare i minuti! Anzi, ha anche profondi dubbi sull’esistenza della contemporaneità, infatti al suo arrivo chiede “è tanto che aspetti?” ma come? ti ho fatto 40 chiamate nell’ultima mezz’ora! Ormai io ho smesso di combattere questa battaglia, lo ammetto, mi sono arreso, però ho trovato il compromesso accettabile: Passami a prendere a casa, almeno arrivi tardi uguale, ma ho qualcosa da fare!!!