Tra sogni e realtà

“qui soffocherò presto” pensava, allargandosi col dito il colletto della camicia stretta dalla cravatta. Davanti a lui lo schermo piatto di un computer di ultima generazione; come immagine di sfondo la foto dell’ultima vacanza, la fissava attentamente come a poter riviverla con la forza del pensiero. La luce bianca e fastidiosa del neon evidenziava con crudeltà l’assenza di finestre all’interno della stanza. Fogli sparsi un po’ ovunque sulla scrivania ricordavano vagamente il caos delle sue idee in quel momento, il disordine nella sua vita. La sua maledizione era il ricordo di un posto lontano, di una vita diversa, di ambizioni umane e non aziendali. Il ronzio della ventola coperto dal suono dei suoi pensieri, le onde del mare, il rumore del vento; i piedi stretti in scarpe strette e lucide proprio non ricordavano quella sabbia finissima e le lunghe passeggiate scalzo. Sogni si accalcavano nei suoi occhi, sembrava quasi di sentirlo l’odore del mare da dentro quell’ufficio, il sapore del sale sulle labbra, istintivamente si leccò i baffi, come se quel sale lo potesse sentire sul serio. Troppi sogni tutti insieme, a discapito di una realtà da incubo, fanno male… e così sugli occhi un velo di lacrime, un insopportabile utopia. Sogni che passano, fuggono, se ne vanno per sempre… come un fiume in piena, impetuoso, maestoso, spaventoso.  Le mani sul volto a destarsi, un respiro profondo. Meglio fare due passi. Nel lungo corridoio aveva la sensazione di trovarsi in un buker, centinaia di metri sotto terra. Gli altri colleghi sembravano una manica di zombie, automi che ciclicamente svolgono le stesse mansioni, a volte si fa fatica a capire quale dei due sia la macchina, quella con la tastiera, o quella davanti lo schermo…. i click del mouse, il rumore delle tastiere pigiate, il suono di sogni infranti, di vite sacrificate ad un ideale da quattro soldi come la plastica che circonda tutti quegli aggeggi elettronici, e per giunta di qualcun altro. L’odore di sigaretta, il rumore della macchina del caffè, le bestemmie del principale… quanti modi ha l’uomo per mentire a se stesso, e per distrarsi da una vita avara di motivazioni? Appoggiò il braccio su l’unica finestra del corridoio, e poi ci si abbandonò anche con la testa… da lì vedeva il parcheggio, il cemento, l’asfalto… guardò l’orizzonte, con la vana speranza di sognare il mare… c’era solo smog. In lui una domanda profonda e lacerante: “sono stato creato per questo?”

Hysterical warming – riscaldamento isterico

ok, non saremmo messi così male, però...

ok, non saremmo messi così male, però…

Prendi un giorno di ottobre… temperature autunnali? cappottino? magliettina a maniche lunghe? No… sole, caldo, bikini e castelli di sabbia, tanto che uno si domanda se non conviene prendere le ferie ad ottobre! Prezzi stracciati, temperature simili a quelle estive, nemmeno fossero MADE IN CHINA. Insomma una specie di appendice estiva, un prendi 3 paghi 2! Ti fai tutta l’estate e poi a ottobre c’è il 30% in più gratis di caldo!

Io odio il caldo… cioè, preso a piccole dosi va anche bene, non pretendo mica un agosto sotto zero (magari una volta lo proviamo) però capisco pure che se non fa caldo: addio mare, addio amici, addio vacanze, addio turismo, l’economia collassa, la gente è senza lavoro, le località di mare si ribellano chiedono l’autonomia gli viene negata si arriva alle armi, guerra civile e poi ci ritroviamo la Repubblica di Sardegna, lo stato città di Gallipoli, Il regno D’Elba, Lo Stato della Sicilia… insomma non ci conviene!

Per carità, teniamoci il caldo ad agosto e tutte le località turistiche annesse… purché il caldo sia circoscritto ad agosto, massimo massimo le prime 2 settimane di settembre! Su questo non tratto. Uno torna al lavoro, a scuola, alla vita normale e con noi anche il freddo torna al lavoro. Semplice. Lineare. Fattibile! Invece no… sudorazione a go go, volanti bollenti, e magliette estive ormai scolorite per i continui lavaggi! Uno vorrebbe combattere contro l’effetto serra, maledice il Global Warming e spera di ricucire il buco dell’ozono… speranze vane, che poi a pensare tutte queste cose da fare, sotto al sole, ti viene pure sete.

Allora, mentre ordini un bel the freddo al bar, la prendi con filosofia. Ti dici: “Ok Davide, questa è la situazione. Punto. Fa Caldo? Adeguati” e quando finalmente trovi la pace interiore e decidi di sfruttare il caldo a tuo favore, organizzando magari una bella partita di calcetto serale con gli amici, ZAC: Una mattina ti svegli, con le tue belle mezze maniche scendi le scale di casa, apri il portone e… ti riscopri in Antartide, con tanto di pinguini sull’autobus!

Adesso io capisco i luoghi comuni, le frasi fatte… la mezza stagione…ecc… Però signori, qui non si può andare a letto a mezze maniche e svegliarsi col piumino!

Davidissimo

VOTAMI SU OK NOTIZIE
oknotizie

Colori autunnali

Sono tante le cose che mi piacciono qui, fuori città, forse un po’ fuori dal mondo… o è la città ad essere fuori dal mondo? fuori dalla natura, fuori dal vivere in pace? Forse più la seconda… una delle cose che però mi stanno piacendo particolarmente sono i colori, già proprio i colori! Che spettacolo affacciarsi fuori dalla finestra, la stessa do dove vedevo le pecorelle a novembre, e guardare le montagne intorno coloratissime! Piene di alberi giallastri, rossi, marroni… che bello! Già il giallo e il rosso da solo potrebbero bastare per un tifoso come me… (tra l’altro signori che roma!) macchie di colore quasi impressioniste, confuse, miscelate… belle! Guardandole mi viene in mente quando alle elementari si faceva il classico compitino sulle stagioni e così ad autunno toccava raccogliere foglie secche a dimostrazione dell’arrivo dell’autunno, imparare un paio di poesie sulle foglie gialle e poi via… si sapeva tutto il necessario per affrontare la stagione! La cosa che ricordo sopratutto erano le foglie orrende, tutte secche e bucherellate che portavo! Calpestate da pedoni, auto, moto, bici! Se solo avessi avuto a disposizione questi boschi bellissimi… forse avrei apprezzato di più la natura da piccolo! La pace del silenzio qua nella vallata insieme a questi colori quasi mi fa dimenticare tutta la frenesia cittadina… tutto sembra così lontano, le scarpe tirate a bush, le polemiche politiche, il tevere che sta per spazzare via la mia amata città… 🙂 qui si vive e basta.

La puntualità

Io sono un tipo puntuale, lo sono sempre stato, se ci diamo un appuntamento arrivo 5 minuti prima, almeno, o 5 dopo, al massimo, e se ho un imprevisto ti avviso. Mio padre per esempio non è puntuale, vive proprio mezz’ora avanti rispetto a tutti noi! Lui arriva ad un appuntamento dalla mezz’ora in sù di anticipo, pioggia, vento, neve, invasione aliena… lui c’è, e comunque c’è sempre prima di te! In tutta la mia vita ricordo una sola buca data da mio padre, per sbaglio, in un momento veramente fitto di impegni, l’unica macchia (ricordo addirittura il nome e il cognome della persona dell’appuntamento, tanto fu storica) in un curriculum perfetto.

Se siete puntuali, come me, allora sapete bene che gran parte della vita di noi, gente precisa, si vive in attesa, proprio nel senso classico del termine, amici, fidanzate, clienti, amici di amici, cinema… tutto arriva sempre maledettamente dopo di noi! Sempre! Quante estati sotto il sole cocente alla fermata del bus senza l’ombra di un albero e con la tabella degli orari usata a mò di ombrellone per cercare almeno di evitare l’insolazione? Quante tramonti visti dal parcheggio di qualche negozio dove ci eravamo dati appuntamento?  Quante amicizie abbiamo fatto con passanti, negozianti, ambulanti, e tutte le categorie che finiscono in “…anti”,  nelle interminabili attese appoggiati ad un muretto? in quei minuti, quarti d’ora, mezz’ore, ORE di attesa abbiamo analizzato la vita, abbiamo inventato i reality show (perché dopo 45 minuti fermo in un posto cominci anche a impicciarti dei fatti degli altri per far passare il tempo! E neanche ti notano più, ti prendono per una decorazione urbana tanto hanno fatto l’occhio a vederti lì fermo!) abbiamo riempito pagine e pagine di un immaginario libro nella nostra testa, con: Principalmente insulti ai ritardatari, SMS letti e riletti, frasi sui muri, targhe di macchine, numeri di bus, scritte sulle magliette dei passanti, intercettazioni ambientali spiando le telefonate dei vicini, ipotetiche forme delle nuvole, cercare di capire a chi(o cosa) assomigli l’autista del trenino, descrizione dettagliate di ragazze bellissime che passano…e poi dei loro bruttissimi fidanzati, fare calcoli matematici impossibile nel tentativo di capire quanti mattoni siano stati utilizzati per costruire il muro del palazzo sul quale siamo appoggiati da ormai 1 ora e, ovviamente, dulcis in fundo provare a spiegarsi perché non cambiamo amicizie!

In tutto questo viaggio mentale legato all’attesa, io ho creato film, storie e MONDI Però ho capito una cosa: il ritardatario non ha semplicemente idea di cosa sia il tempo! Non lo sa! E’ inutile tentare di arrabbiarsi, non capisce, non è un’unità di misura accettabile per lui… “Il tempo?? AHAHA ma quello esiste solo nei film!” sembra pensare mentre lo si riprende per l’incredibile ritardo accumulato, come se gli avessi detto, che ne so: “io credo in babbo natale!”. Per un ritardatario il tempo è soggettivo, cambia, è mutevole! Basta analizzare la classica telefonata di avviso che scatta dopo il primo quarto d’ora di ritardo: “tra 2 minuti arrivo” per poi farne passare altri 15! Il ritardatario non sa contare i minuti! Anzi, ha anche profondi dubbi sull’esistenza della contemporaneità, infatti al suo arrivo chiede “è tanto che aspetti?” ma come? ti ho fatto 40 chiamate nell’ultima mezz’ora! Ormai io ho smesso di combattere questa battaglia, lo ammetto, mi sono arreso, però ho trovato il compromesso accettabile: Passami a prendere a casa, almeno arrivi tardi uguale, ma ho qualcosa da fare!!!