Il mercante di illusioni

Mercante del bazar Pul-I-Khumri (Afghanistan), 2003 © Laura Salvinelli

Lo incontrai la prima volta tempo fa, all’incrocio di due strade. Seduto dietro un banchetto imbandito di ogni cianfrusaglia e sogni di seconda mano, scrutava i passanti come a cercare di capire chi fosse adatto alla sua mercanzia. Occhi scuri, profondi, marroni come le castagne in autunno, e come queste il suo sguardo era protetto da pungenti aculei che ti si conficcavano nell’anima ad ogni occhiata. La barba come ricamata di colori vivi e pieni di sfaccettature ricordava quei mercanti mediorientali che gabbano i turisti vendendo loro ogni sorta di oggetto inutile e grottesco. Le braccia possenti e muscolose in grado di immobilizzare un toro se solo avesse voluto. “buona sera, amico mio – mi disse con voce accattivante – tu sembri proprio il cliente adatto per questo bazar”. Mi guardava con aria sicura, non era smielato, non era ruffiano, sapeva semplicemente di dire la verità. “Perché? Che tipo di cliente sarei io?” risposi un po’ stizzito, come tutti quelli che non amano sentirsi inserire in una categoria. “oooh, amico, ma è chiaro… tu sei un uomo sicuro di se. Una persona tutta di un pezzo…”. Aveva fatto centro, era riuscito a farmi fermare davanti al sua banco. “… la vedi questa? – tirò fuori da dentro una tasca interna una penna estremamente elegante, nera con rifiniture d’oro – questa è la soluzione ad ogni tuo problema”. Lo fissai, era chiaro che non gli dovessi credere ma una parte di me aveva già abboccato. “cosa sarebbe mai?Una penna magica?” risposi. “Questa penna ha un inchiostro speciale… è unica nel suo genere! E’ mescolato con lacrime di un’amante abbandonata e con una goccia di sangue di un grande poeta, non si esaurisce mai e chiunque la possiede può scrivere versi magnifici in grado di conquistare qualsiasi donna si desideri”. Lo fissai attentamente, non so perché ma sapevo stesse dicendo la verità. Guardai ancora il nobile oggetto nelle sue mani… la parte aurea brillava al riflesso del sole, era bella a vedersi. Allungai la mano per afferrarla… “ah! ah! Amico… tutto ha un prezzo” disse ritraendo la mano. “Quanto vuoi?” risposi io. “Oooh, questo mi offende terribilmente, pensi veramente che venderei un pezzo così pregiato per del vile denaro? No… voglio qualcosa di più personale da te”. Mi fissava negli occhi, uno ad uno potevo sentire gli aculei del suo sguardo ferirmi l’anima, sarei dovuto fuggire via, ma non lo feci, pregustando già di poter conquistare ogni amore. “Quello che voglio è qualcosa di estremamente prezioso… dammi il tuo sogno più bello”. Trasalii. Il sangue per un attimo si fermò nelle mie vene, mi gelai. “oh, forse ho visto male allora… non siete il cliente adatto” con una mano si riaprì la giacca pronto a celare nuovamente all’interno della tasca il mitico strumento. “No, mi hai convinto!” dissi afferrandolo per il polso cercando di fermarlo. Un lungo ghigno si allungò sul suo volto. Mi prese la mano sinistra e dentro ci mise la penna. Poi, senza lasciare la presa, alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi “adesso pagami però…”. Quegli attimi li ricorderò per sempre. La sequenza, le sensazioni, ogni movimento. La mia mano destra che fruga all’interno della tasca sinistra della giacca, le mie dita che afferrano il sogno di una vita per l’ultima volta, il lento movimento per estrarlo dalla tasca, poi l’ultimo fugace sguardo a quell’oggetto, apparentemente senza valore: era un orecchino da donna, l’aveva perso la mia amata tempo addietro ed era per me l’unica speranza di rivederla, di ritrovarla, di conquistarla. Cos’è un sogno in confronto alla certezza di tutte le donne che voglio? pensai tra me e me in quell’istante. Il mercante aprì la sua mano e io vi feci cadere il mio sogno più bello. La chiuse e io non lo rividi mai più. Me ne andai senza neppure salutare. Arrivai a casa e iniziai a scrivere con quella penna prodigiosa; scrivevo storie, poesie e sonetti di una bellezza straordinaria, racconti eccezionali intrisi delle più belle emozioni che un uomo possa provare, scrivevo lettere d’amore per donne che puntualmente cadevano ai miei piedi. Ma mi resi conto di quanto quella penna mi costò veramente solo quando rileggendo ogni mio scritto mi accorsi che tutto parlava di lei, della mia amata che ormai non mi era più concesso neppure sognare. A che vale scrivere d’amore se poi non posso coronare il mio sogno? Così misi da parte la penna, gli scritti e ogni illusione. Il mercante di illusioni aveva fatto di me uno sconfitto.

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Un messaggio alle zanzare

una racchetta per le zanzare? 🙂

Ok, esuliamo un attimo da tutto il discorso adatto al periodo: il natale, i panettoni, torroni, pandori, slitte, renne, regali e litigate tra parenti. Sì, vabbè buon anno, felice anno nuovo, tante belle cose, a natale siamo tutti più buoni. C’è una cosa che mi inquieta in questo periodo, e più precisamente mi tormenta ogni notte: le zanzare. Ma abiti per caso all’equatore? mi domanderete voi. La risposta è no! La cosa “bella” è che personalmente i fastidiosissimi insetti non mi infastidiscono nemmeno in estate. Nel senso che ci rispettiamo vicendevolmente. Io non le appiccico al muro e loro non mi pungono. Semplice, lineare e chiaro. Regole non scritte di una convivenza civile. Però evidentemente al sindacato non deve essere andato giù quest’accordo, e non potendomi pungere, perché sia chiaro il mio sangue è una chiavica, le simpaticissime zanzare hanno deciso di optare per una “tattica del terrore”. Metodi di cui sentirete parlare solo a Guantanamo… e a casa mia. Il disegno è semplice quanto diabolico: non farmi dormire.

Come? A turno una zanzare decide di girovagare in prossimità del mio orecchio mentre sto a letto, il tutto senza pungermi ovviamente. Alla terza smanacciata a vuoto per allontanare l’odioso ospite, mi alzo e accendo la luce e… tutto sparito, niente più zanzare in giro. Controllatina veloce sui muri, sul soffitto, le ante dell’armadio e dietro il televisore, chissà perché tendono sempre a nascondersi nei soliti posti… comunque non quando si mettono d’accordo per romperti l’anima di notte. Luci spente. Si torna a dormire… zzzzzzzzzzzz … l’inquietante ronzio come per magia compare nuovamente. Solita smanacciata. Silenzio. Silenzio e poi silenzzzzzzzzzzzzzzzzzzz… è tornata.

La storia è andata avanti finché un giorno, pardòn, un notte ho deciso di fare una strage. Prima di andare a letto mi sono munito di racchettina acchiappazanzare precedentemente acquistata nel negozio di cinesi di fiducia, di quelle elettriche che friggono le zanzare. Poi mi sono sdraiato e ho atteso che il sonno sopraggiungesse… e fin qui tutto regolare, tutto facile. Finché… zzzzzz stavolta la smanacciata non è servita. Mi sono direttamente alzato, impugnato la racchetta, chiuso la porta per non far scappare nessuno, doppia mandata, accendo la luce, metto gli occhiali e… la caccia è aperta. Controllo i soliti posti, evidentemente non si aspettavano la missione punitiva! Ne trovo subito una! Racchetta… STACK! (la zanzarina rimane intrappolata nella piccola rete elettrica e scoppietta allegramente!) Pensando di aver finito sto per dirigermi verso l’interruttore quando dietro di me sento un… zzzzzzzz… ce n’è un’altra!! Mi giro, non la vedo, sento il ronzio però! Abbasso lo sguardo… è là… che a mezz’aria svolazza spensieratamente. Mi scrocchio il collo, impugno bene la racchetta e con un rovescio degno di Federer… STAK! Gira sulla racchetta accesa la zanzara scoppiettando sta già il cacciator fischiando con lo sguardo sadico a rimirar. Goduria. Tanto che il dubbio che ci siano altre zanzare in giro diventa quasi una speranza. Infatti ne trovo una dietro la televisione… STACK! e siamo a tre. Dietro l’armadio? STACK. Poker. Penso sia tutto, missione compiuta. Controllo sulle ante dell’armadio tanto per scrupolo e pensate un po’… una zanzare paralizzata dalla paura, con lo sguardo terrorizzato mi fissava. Era lì, immobile all’altezza del mio volto. La guardo. Lei mi guarda. Poso la racchetta. Basta con questa tortura. Faccio un cenno di saluto, alzo la mano… le non ricambia. Allora mi avvicino per farmi vedere meglio. Lei, chissà come mai, fraintende il mio gesto di pace e fugge… a quel punto, molto offeso, mi altero e la mano si trasforma in accetta SPLASH… quinta zanzare eliminata “alla vecchia maniera”. La serenità è ristabilita. Il sonno è salvo. Buon notte.

Ora finché tutto ciò avviene in agosto o a settembre è addirittura tollerabile. Ma che io a dicembre la notte mi debba alzare a controllare dove sono le zanzare non è possibile! Inizio a coltivare la tesi della cospirazione: sospetto che le zanzare, indispettite dalla guerra che gli ho messo con la racchettina elettrica in estate, hanno deciso di stringere i denti resistendo al freddo e rompermi l’anima per tutto l’inverno! OOOH! Ma dico, siamo impazziti? Ma un po’ di coerenza. Sei nata zanzara? E allora a dicembre mi devi già che essere crepata da un bel po’, ma da sola, senza il mio aiuto! Ma io che ho tempo da perdere aiutando la natura a fare il suo corso? E’ come se dovessi andare a dare il sonnifero agli orsi per mandarli in letargo! Non è che ognuno fa come gli pare, se no qui sai che succede… il caos! Allora sfrutto il blog per lanciare un messaggio al sindacato delle zanzare: Ok, lo so! Ho sterminato un cospicuo numero di zanzare, però… avete iniziato voi! Capisco che avete la curiosità di vedere com’è il Natale, le lucette e tutto… però… a tutto c’è un limite. Allora io ve lo dico. Se non la fate finita entro una settimana, a partire da adesso, ne pagherete le conseguenze: FACCIO SALTARE PER ARIA CASA!!!

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A passeggio con me

Facciamo finta che vogliate sapere cosa ho fatto questa mattina. Ve lo racconto. La mattinata di libertà ognuno se la spende come crede, io l’ho dedicata alle lenti a contatto. Dopo circa un paio di mesi infatti che le ho terminate ho deciso che è arrivata l’ora di ricomprarle. C’è un problema,  il mio negozio di fiducia che vende le lenti a prezzi molto bassi dista parecchio da casa mia. No problem. Prendi un euro, fermati da un tabaccaio, baratta il tuo euro con un biglietto dell’autobus e partiamo.

La casa dove abito ora è molto più periferica rispetto a quella dove vivevo fino ad un anno e mezzo fa ne consegue che per raggiungere il negozio devo fare più strada, come se non bastasse sono molto interno nel quartiere, quindi mi tocca fare un bel pezzo a piedi per arrivare ai mezzi.

Quando cammino sono uno di quelli che inizia a pensare a tutto e di più, problemi, soluzioni, ricordi… il cervello parte, come girando al ritmo delle gambe che meccanicamente camminano, verso destinazioni esotiche e a volte improbabili. Il tutto incorniciato da una bellissima giornata di dicembre con un solo tiepido e le mani finalmente in tasca a ripararle dal freddo… quando uno pensa troppo mentre è in marcia, però, di solito corre due rischi: o si perde per strada o la strada perde lui, nel senso che perdi la cognizione spazio temporale intorno a te. Tra le due la seconda. Così mentre un pensiero tirava l’altro mi sono veramente reso conto di quanto gli autobus siano lontani da casa mia! ARGH!

Salgo le scale del soprapassaggio e mi reco verso il capolinea. Dell’autobus neanche l’ombra, solo una macchia d’olio a terra e un capannello di autisti troppo impegnati a farsi i cavoli loro per poter guidare un mezzo. Mi siedo sulla panca nell’attesa. Alla mia destra una vecchiettina ronfa sonoramente, ogni tanto si sveglia di soprassalto, guarda avanti, bofonchia qualcosa poi… buona notte. Quando dopo 2 minuti un’altra anziana arriva davanti a me chiede: “è molto che aspettate?” “2 minuti”, dico io. A quel punto la sonnambula accanto a me si riprende come per un prodigio e senza scomporsi troppo dice testualmente: “abrrur deahu a pocrrr”e poi… boom. Giù la testa e sogni d’oro. Io sgrano gli occhi, cosa avrà mai voluto dire? Ma non c’è tempo per stupirsi, infatti ancora più sorprendentemente l’ultima arrivata come se niente fosse interpreta il codice e risponde: “ah! È appena partito, mannaggia. Grazie” … come caspita ha fatto a capirla? La domanda senza risposta mi accompagnerà tutta la mattina, e forse fino alla tomba.

Un viaggio sugli autobus di Roma costa 1 euro, ma vale molto di più. Vuoi mettere la sensazione di viaggiare in un altro paese, magari del terzo mondo? Vetture puzzolenti, sporche e rumorose si susseguono tutto il giorno lungo le vie principali della capitale. Sembrerebbe di essere in elicottero se solo avessi il coraggio di chiudere gli occhi. Ma comunque non faccio in tempo, perché l’ennesima anziana della mattinata si frappone tra me e l’obiettivo finale. Mi chiede il posto, ovviamente lo cedo. E’ da anni che mi chiedo come mai sull’autobus le signore puntino sempre me per chiedere il posto, avranno un radar? Stamattina in effetti c’erano validi motivi, un bel posto al sole, solitario, vista casilina, e inoltre ero l’unico seduto che probabilmente avrebbe potuto capire la richiesta della signora! Intorno infatti c’erano tantissimi uomini e donne dei più svariati paesi al mondo, l’Africa ben rappresentata. ma anche il sud America e l’Asia si difendono bene.

La stessa cosa succede qualche fila più avanti alla mia. Ma questa volta seduto c’è, apparentemente, un nord africano che non capisce la richiesta dell’anziana e non si alza. FINIMONDO. Due paladine della giustizia italica premettendo che non sono razziste invitano nell’ordine il malcapitato: a “tornare al proprio paese”, a “imparatte l’itajano” (lui…), a rendersi conto che “nessuno ti vuole qua”(a lui…) “comportasi da ospite, perché poi noi al paese vostro non possiamo fare nulla”(ma quale paese? E poi perché: NOI?)  il tutto nel rispetto dei diritti civili (secondo la lega probabilmente). Basta un ragazzo di 15 anni a svergognare una delle due paladine: “Signò, ma lei, c’è mai stata fori dall’Italia?” “no, ma…” sbugiardata e tornata in sé continua a parlare di rispetto e integrazione dei popoli davanti un improbabile uditorio di stranieri che la guardano senza capire una parola ma annuiscono per farla tacere il prima possibile, il ragazzo nord africano finalmente capisce e lascia il posto all’anziana che in tutto questo non ha detto mezza parola… strana la vita.

Arrivato a destinazione percorro un bel pezzo di strada, è decisamente natale, anche Tor Pignattara (un quartiere da molti ribattezzato “Pakistan”) se ne è accorta… tra Kebab e Babbo Natale arrivo all’ottica, so a memoria quello che devo chiedere e come chiederlo: “Buon giorno, vorrei due confezioni di lenti mensili con gradazione -2, grazie” il commesso risponde sempre “sì… -2?” io confermo regolarmente e mentre mi avvio alla cassa prendo una confezione di soluzione unica e altrettanto regolarmente attendo che la cassiera, e proprietaria, smetta di parlare e decida di farmi pagare. Oggi l’argomento è: Politica… ma anche sociologia, gossip e boh, di tutto un po’. La mia faccia sorridente la trae in inganno, e chissà come mai pensa che mi interessi un discorso politico populista e oserei dire di stampo democristiano, della serie “facessero magnà anche a noi, mica solo loro” e così in pochi minuti: “Ma io non lo so, tutti sti problemi! Poi uno la sera torna a casa e sente che quello ammazza, quello accoltella, l’aRtro spara…” io preso dall’entusiasmo, non so bene perché, aggiungo “…l’altro ruba” lei approva e ripete: “bravo, quell’atro ruba… che poi io non lo so uno dice, fa, ma poi no? A questo je volemo fa finì il mandato? Poi se è… l’arrestano” mi diverto a notare che alla parola “rubare” quella capisce subito “Berlusconi”… poi che c’entra con quello che ammazza e con quello che spara? Boh!

Altra domanda insoluta della mattina… ho la banconota in mano da 5 minuti buoni, ma lei pare proprio non essere interessata al mio denaro! E aggiunge: “…Poi Corona, no? Ma sarà pure un fijo de na M… Però per me dice delle cose… gius… ver… che non è che ha torto” Che c’entra mò Corona con Berlusconi? Voi vedè che questo diventa prossimo Presidente del Consiglio?! Io chiudo il discorso: “Per me non ha ragione lui, ma hanno torto pure tutti gli altri” sì, lo ammetto sono un giustizialista forcaiolo! Comunque finalmente riesco a pagare e ad andarmene, per averla assecondata “vinco” una pezzetta omaggio per pulire gli occhiali.

Guadagno l’uscita ed esco dall’ottica e dal “Pakistan”. Aspetto di nuovo l’autobus. Sulla piattaforma, mentre paziento, non posso fare a meno di notare un gruppo di ragazzi, sembrerebbero nord africani… stanno parlando ad alta voce nella loro lingua… ripenso alla signora sull’autobus… cosa direbbe ora? 🙂 sono vestiti esattamente come tanti altri ragazzi italiani della loro età… poi arriva una ragazza, è italiana, ride, saluta con il bacio sulla guancia tutti e tre e tutti continuano la discussioni in italiano… loro si impettiscono tutti, fanno gli scemi, giocano, come qualsiasi altro ragazzo davanti una coetanea

Arriva l’autobus, saliamo tutti. Questa volta nemmeno mi siedo, c’è una signora anziana proprio accanto a me e ha pure una cartellina dell’ospedale in mano… manca solo il certificato medico. Seduto c’è un uomo di colore, cappello di lana, occhiali da sole, dai tratti non capisco di dove possa essere. Sta guardando fuori dal finestrino, la signora con la cartellina con una certa arroganza letteralmente ordina all’uomo di alzarsi per farle posto, per carità sarà anche giusto, ma con che modi… lui “abbozza” si alza e fa posto. In mente mi torna la scenata dell’andata e una risposta di un paciere nigeriano che rispondeva alla signora che accusava gli extracomunitari in genere di esse maleducati: “lui[intendeva il ragazzo che non cedeva il posto alla signora] sarà maleducato… ma il mondo è paese”… hai detto bene amico mio!

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Settimo piano.

Settimo piano. tre stanze. Due finestre ed un balcone. Settimo piano. Tre persone. Qualche bottiglia e troppi ricordi.

Settimo piano, alla finestra una donna disillusa guarda le stelle, lacrime agli occhi… letto sfatto, foto sparse; sulla scrivania, sul letto, a terra. Nuvole all’orizzonte, nuvole sopra la testa, tra l’una e l’altra lo squarcio di una speranza, l’ultima rimasta appesa al cielo. L’unica che prevede un finale diverso da quello temuto. Buio, silenzio spaventoso, ombre lunghe, foto irriconoscibili… o no? Troppo dolore. Finestra aperta. Aria fredda, vento penetrante scava a fondo, scava dentro, dentro i polmoni, dentro i ricordi… scava, scava due palmi buoni di memoria… incroci del destino, giochi di terrore. Prove tecniche di sofferenza. La forza di una donna, gracile, esile, sconvolta ma coraggiosamente in piedi davanti al vento gelido…

Settimo piano, sul balcone un amico deluso guarda il vuoto. Nella mano una sigaretta, spenta. Nell’altra un ombrello, chiuso. Non è facile fissare il nulla, ma per lui  è semplice… basta guardare il posto lasciato vuoto. Basta un ricordo, uno a caso tra tutto il mazzo di promesse ed esperienze insieme. C’è una sedia, ma chi ha voglia di sedersi ora? C’è una bottiglia… piena di ricordi e cartoline. Profondo sud. Profondo nord. Nel centro lui, lasciato solo con le sue domande. Nel cuore l’eco, ridondante. Nelle orecchie parole, vuote. Le tue.

Settimo piano, seduto al centro di una stanza senza arredo, c’è un amante abbandonato. Davanti a lui una sedia vuota. La guarda. 4 minuti prima lei era lì, di fronte a lui. C’è ancora il suo profumo. Trattiene il respiro. Apnea. Sulle pareti foto di gruppo, foto da soli, lettere appese e ingiallite, pezzi di vite che si dividono. Scritte sui muri. Ognuna parla di lei, ognuna rivela un pezzo di lui. Finestra chiusa, effetto specchio, riflesso di un uomo. Sguardo fisso, sguardo disarmato, occhi lucidi. Lei è andata senza salutare. Senza spiegare. Senza capire. Lui è rimasto lì, senza capire, senza combattere, senza volere.

Piano terra. Portone aperto. Strada deserta. Un uomo esce furtivamente, occhiali scuri per nascondere a se stesso gli occhi di un debole. Piano terra. Portone Aperto. Strada deserta. Un ragazzo esce correndo,fugge, prima che l’eco delle proprie bugie lo travolga. Primo piano. Scale in marmo. Rumore di passi. Una donna scende svogliatamente, non si volta mai, in mente un uomo, quello sbagliato.

Piano terra. Portone chiuso. Per la strada tre persone fuggono nella stessa direzione. Hanno rinunciato all’amore.

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Sfida a due – non farti inseguire

Ormai presi dalla forza d’inerzia sforniamo video come biscotti fatti in casa!! Ecco a voi l’ultima creazione del nostro team di lavoro:

Due uomini. L’uno contro l’altro. Una sfida a due. Uno dei due però è costretto a scappare. Corre, salta, si nasconde… ma per quanto possa sforzarsi il suo nemico gli è sempre alle costole. Ma chi sarà questo misterioso sicario? E cosa vuole dal ragazzo in fuga?

“Ma se non fate così, allora peccherete contro l’Eterno; e state pur certi che il vostro peccato vi ritroverà

(La Bibbia – Numeri 32:23)

Oggi giorno la parola “peccato” è incredibilmente demodè. “Peccato” sembra così indelebilmente legato a un vecchio prete di paese, preso a spaventare un gruppo di adolescenti alle prese con le prime ribellioni giovanili… maledettamente bigotto e passato! Roba da Don Camillo e Peppone!

Eppure il punto, il nocciolo della questione, è molto al di sopra del semplice vincolo culturale-linguistico.

La parola “peccato” nell’originale indica più di quello che è rimasto nel nostro linguaggio, indica un errore, un mancare il centro, una dimenticanza, uno sbaglio…  quando parliamo di peccare contro Dio, stiamo quindi dicendo che stiamo sbagliando nei confronti di Dio, ci stiamo dimenticando qualcosa nei suoi confronti. Di dargli attenzione, di dedicargli il nostro tempo, di disubbidirgli. Non dedicare tempo a Dio è sbagliato non solo perché Lui è il nostro creatore e padre, ma anche perché tramite Gesù ci ha concesso una salvezza per il male che ogni giorno circonda la nostra vita e rifiutarlo significa disprezzare quel gesto EROICO e d’amore.

Il male peggiore è l’inquinamento dell’anima, la corruzione spirituale… che ci toglie motivazioni, energia e pace. L’unico modo per stare in pace totalmente è essere in relazione con Dio (non in religione, ma in relazione), ma l’unico modo per dedicare il proprio cuore a Dio, senza il male, è Gesù, che sulla croce ha crocifisso tutti i nostri “peccati” (cioè i nostri sbagli, disubbidienze e noncuranze nei confronti di Dio) permettendoci di avere una relazione d’amore con il  nostro Padre effettivo.

Peccato è essere separati da Dio insomma. Avere una vita senza Dio, senza seguirlo, alla fine avrà delle conseguenze negative. Quello che semini raccogli. Se semini peccato… ritroverai il male… o meglio, lui troverà te.

Grandi porte… piccoli cardini

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Questi giorni ho conosciuto un uomo. Un uomo anziano. Non so quanti anni abbia effettivamente, in età pensionabile comunque. Questo signore è nato in una famiglia ricca, padre imprenditore di successo che da giovane lavorò duramente e duramente insegnò la disciplina del lavoro ai suoi figli in modo che un giorno non dilapidassero il capitale che gli avrebbe lasciato. Questo signore col tempo è cresciuto, maturato. Divenuto ragazzo iniziò a lavorare col padre per poi mettersi in proprio guadagnando una fortuna immensa insieme ai suoi fratelli, ognuno ha preso poi la sua parte di eredità insieme alla cultura del lavoro lasciatagli dal genitore e l’ha investita, tutti con buoni risultati…tutti, tranne uno. Questo signore infatti non ha avuto buoni risultati, ma ottimi, straordinari. Ha colto l’occasione che la vita gli ha dato e ci ha lavorato sopra, aspramente, duramente, sempre. Alla fine è diventato un uomo di successo.

Quando l’ho conosciuto, però, la prima impressione mi ha “fregato”; infatti, vedendolo con una maglia impolverata, la fronte sudaticcia mentre scendeva dal camion delle consegne, mai avrei pensato di ritrovarmi di fronte al proprietario di tutta la ditta! Ha fatto il suo lavoro cordialmente, seriamente, precisamente. Poi finito il tutto: 2 battute, una pacca sulle spalle e via… di nuovo sul camion a fare altre consegne.

Solo qualche giorno dopo ho scoperto l’identità di quel normalissimo camionista… mi ha molto colpito. Siamo abituati a degli stereotipi vincenti molto diversi da quello offertomi da quest’anziano signore che ha fatto del duro lavoro e dell’umiltà il proprio credo. Se vuoi vincere nella vita devi lavorare duro. Sempre. Che ti sia andata bene o no. Se vuoi i risultati li devi annaffiare col sudore della tua fronte… e non con quello degli altri.

Cardini piccoli per far girare grandi porte. Uomini normali per risultati straordinari. Umiltà per grandi vite.

davidissimo.wordpress.com