E tre

Questo blog ormai è abbandonato a se stesso… pieno di erbacce, trascurato, vuoto. Non è la prima volta, in realtà ha subito un paio di lunghe pause, qualora riuscissi mai a riprendere il ritmo, si tratterebbe di resuscitarlo per la terza volta. Un piccolo record (per me…) la tentazione di iniziare tutto da capo è forte, non è molto meglio partire da zero certe volte? Però… non lo so, alla fine ti affezioni al tuo blog come al tuo corpo: lo conosci, lo capisci, gli vuoi bene! Anche se è grassoccio, fuori forma, bruttino rispetto agli altri. È il tuo, ci sei cresciuto insieme, e anche quei silenzi, quegli spazi vuoti, alla fine sono pagine bianche, momenti di silenzio di un discorso che va avanti da anni. Chissà se riuscirò a ritrasformare questo blog? Se riuscirò a renderlo qualcosa di diverso, di più simile a me, oggi.

Un tubetto di ricordi…

No alla casta! Sì alla pasta! Grazie capitano! 🙂

Un ricordo lo si associa spesso ad una immagine vista, ad un odore respirato, ad una canzone… e perché no? Ad un sapore. Quel meraviglioso sapore che può avere una cena insieme, un piatto squisito… eppure di te ho un ricordo proprio strano. Non una poetica immagine, una musica soave… ma un sapore, il sapore del tuo dentifricio. Strano… strano fino ad un certo punto. Perché in fin dei conti sono le piccole cose il segnale più evidente di una conoscenza profonda. Tutti sappiamo le cose più importanti di una persona, di un fatto… sappiamo che Cristoforo Colombo “scoprì” l’America, che era il 1492, che era nato a Genova… ma non sappiamo che numero di scarpe portasse, quale fosse il suo ricordo più bello, la paura più grande, o che marca di dentifricio avrebbe usato se fosse vivo oggi! Sono i dettagli quelli che fanno la differenza. Tutti di te riconoscono il profumo, il colore dei capelli, ricordano il suono della tua voce; qualcuno conosce i tuoi segreti, le tue ambizioni e ha sentito raccontare più volte i tuoi sogni. Ma in quanti sanno che dentifricio usi? No, veramente… in quanti? Il numero cala vertiginosamente. Perché questi sono quei piccoli grandi innocentissimi segreti che ognuno di noi ha… e che io conosco di te, perché con te ho vissuto, con te ha sofferto, con te mi sono svegliato. Lo ammetto, mi fa un po’ strano pensare a te ogni volta che sento il sapore della “pasta del capitano” ma che ci posso fare? Davanti ad uno specchio, stordito dal sonno mattutino, o stanco per una lunga giornata, fisso il mio riflesso con lo spazzolino in bocca, e dente dopo dente, rivedo quei mille momenti insieme. Ricordi indissolubili sempre freschi… e alla menta, nella mente. E’ buffo guardarmi in pigiama con la schiuma bianca alla bocca, esattamente come da bambino, e sentire il suono delle setole tra i denti mentre nella testa rivedo quelle scene a casa tua, prima di andare a dormire dopo serate divertenti, dopo serate noiose, dopo serate normali. Dettagli che solo io, e pochissimi altri, possiamo sapere… sapore di menta e fluoro. Ridacchio e apro l’acqua. Mi sciacquo la bocca, mi riguardo allo specchio… quel sorriso ebete di chi sta pensando ad un bel ricordo è rimasto lì, sulle mie labbra. Non è poi così male ricordarsi di te tre volte al giorno…

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In ascolto…

Cosa ci posso fare se tutto quello che è intorno a me mi parla di te? La luce del sole che scalda la mia pelle nel gelo di un mattino invernale e lentamente scioglie il ghiaccio su ogni strada, il soffio gelido dell’aria mattutina che sveglia i miei sensi e i miei pensieri e che sembra entrarmi nei polmoni ad ogni boccata d’aria. Tutto mi parla di te… lo sguardo di quella ragazza assorta nei suoi pensieri mentre aspetta l’autobus alla fermata, il riflesso del cielo nell’acqua. Mi guardo attorno e sono circondato: il sorriso di un anziano, il saluto di un amico, la corsa forsennata di un bambino… tutto mi ricorda che ci sei, e stai con me. Persino il dolore ha smesso da tempo di urlarmi contro le sue maledizioni e ha iniziato a sussurrare parole su di te, il futuro mi parla di te, il presente mi parla di te, il passato è la prova che tu mi parlerai ancora. Ci sei e ci sarai sempre, lo so. Lo vedo nell’azzurro del cielo che si specchia nei miei occhiali, in ogni frase che mi piace di una canzone, nei capitoli dei libri, nelle grandi scene al cinema, tu ci sei. Mi parla di te la più bella opera d’arte e il suono del sassofono, mi parla di te il rumore dei miei pensieri e il battito assordante del mio cuore prima di dormire la sera. Mi ricorda che ci sei il sapore dell’acqua, l’odore dell’aria, il suono della mia voce. Mi parla di te il mio brutto carattere, il mio sorriso e le mie fossette. Mi parlano di te i miei amici la mia famiglia e ogni sguardo che incrocio nelle lunghe passeggiate. Mi parla di te la voglia di camminare, il bisogno di fermarsi, la necessità di andare avanti. Gridano di te il coraggio, la tenacia, la voglia, la forza e l’estro. Anche le stelle a collegarle tutte scrivono il tuo nome e la luna riflette la tua luce. In ogni risata, in ogni giorno speciale, in ogni persona che sta perdendo la speranza, in ogni crisi adolescenziale, in ogni viaggio… io sento che ci sei e che tutto non può non parlarmi di te. Il sogno più bello, l’incubo più assurdo, la sete e la fame, la fatica e la voglia di fare mi parlano di te. Il piede che tocca il freddo pavimento la mattina e mi ricorda che per un altro giorno almeno sono ancora qua ad ascoltare il mondo parlarmi di te.

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Il mercante di illusioni

Mercante del bazar Pul-I-Khumri (Afghanistan), 2003 © Laura Salvinelli

Lo incontrai la prima volta tempo fa, all’incrocio di due strade. Seduto dietro un banchetto imbandito di ogni cianfrusaglia e sogni di seconda mano, scrutava i passanti come a cercare di capire chi fosse adatto alla sua mercanzia. Occhi scuri, profondi, marroni come le castagne in autunno, e come queste il suo sguardo era protetto da pungenti aculei che ti si conficcavano nell’anima ad ogni occhiata. La barba come ricamata di colori vivi e pieni di sfaccettature ricordava quei mercanti mediorientali che gabbano i turisti vendendo loro ogni sorta di oggetto inutile e grottesco. Le braccia possenti e muscolose in grado di immobilizzare un toro se solo avesse voluto. “buona sera, amico mio – mi disse con voce accattivante – tu sembri proprio il cliente adatto per questo bazar”. Mi guardava con aria sicura, non era smielato, non era ruffiano, sapeva semplicemente di dire la verità. “Perché? Che tipo di cliente sarei io?” risposi un po’ stizzito, come tutti quelli che non amano sentirsi inserire in una categoria. “oooh, amico, ma è chiaro… tu sei un uomo sicuro di se. Una persona tutta di un pezzo…”. Aveva fatto centro, era riuscito a farmi fermare davanti al sua banco. “… la vedi questa? – tirò fuori da dentro una tasca interna una penna estremamente elegante, nera con rifiniture d’oro – questa è la soluzione ad ogni tuo problema”. Lo fissai, era chiaro che non gli dovessi credere ma una parte di me aveva già abboccato. “cosa sarebbe mai?Una penna magica?” risposi. “Questa penna ha un inchiostro speciale… è unica nel suo genere! E’ mescolato con lacrime di un’amante abbandonata e con una goccia di sangue di un grande poeta, non si esaurisce mai e chiunque la possiede può scrivere versi magnifici in grado di conquistare qualsiasi donna si desideri”. Lo fissai attentamente, non so perché ma sapevo stesse dicendo la verità. Guardai ancora il nobile oggetto nelle sue mani… la parte aurea brillava al riflesso del sole, era bella a vedersi. Allungai la mano per afferrarla… “ah! ah! Amico… tutto ha un prezzo” disse ritraendo la mano. “Quanto vuoi?” risposi io. “Oooh, questo mi offende terribilmente, pensi veramente che venderei un pezzo così pregiato per del vile denaro? No… voglio qualcosa di più personale da te”. Mi fissava negli occhi, uno ad uno potevo sentire gli aculei del suo sguardo ferirmi l’anima, sarei dovuto fuggire via, ma non lo feci, pregustando già di poter conquistare ogni amore. “Quello che voglio è qualcosa di estremamente prezioso… dammi il tuo sogno più bello”. Trasalii. Il sangue per un attimo si fermò nelle mie vene, mi gelai. “oh, forse ho visto male allora… non siete il cliente adatto” con una mano si riaprì la giacca pronto a celare nuovamente all’interno della tasca il mitico strumento. “No, mi hai convinto!” dissi afferrandolo per il polso cercando di fermarlo. Un lungo ghigno si allungò sul suo volto. Mi prese la mano sinistra e dentro ci mise la penna. Poi, senza lasciare la presa, alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi “adesso pagami però…”. Quegli attimi li ricorderò per sempre. La sequenza, le sensazioni, ogni movimento. La mia mano destra che fruga all’interno della tasca sinistra della giacca, le mie dita che afferrano il sogno di una vita per l’ultima volta, il lento movimento per estrarlo dalla tasca, poi l’ultimo fugace sguardo a quell’oggetto, apparentemente senza valore: era un orecchino da donna, l’aveva perso la mia amata tempo addietro ed era per me l’unica speranza di rivederla, di ritrovarla, di conquistarla. Cos’è un sogno in confronto alla certezza di tutte le donne che voglio? pensai tra me e me in quell’istante. Il mercante aprì la sua mano e io vi feci cadere il mio sogno più bello. La chiuse e io non lo rividi mai più. Me ne andai senza neppure salutare. Arrivai a casa e iniziai a scrivere con quella penna prodigiosa; scrivevo storie, poesie e sonetti di una bellezza straordinaria, racconti eccezionali intrisi delle più belle emozioni che un uomo possa provare, scrivevo lettere d’amore per donne che puntualmente cadevano ai miei piedi. Ma mi resi conto di quanto quella penna mi costò veramente solo quando rileggendo ogni mio scritto mi accorsi che tutto parlava di lei, della mia amata che ormai non mi era più concesso neppure sognare. A che vale scrivere d’amore se poi non posso coronare il mio sogno? Così misi da parte la penna, gli scritti e ogni illusione. Il mercante di illusioni aveva fatto di me uno sconfitto.

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Santo Stefano

Dopo aver trascorso il “classico” buon Natale, anche se a detta di molti questo Natale è sembrato più sbiadito di altri, ecco che ci si incammina verso la fine dell’anno passando per la prima tappa: il giorno di Santo Stefano. Giorno tradizionalmente dedicato alla visita dei parenti che ancora non abbiamo trovato nei giorni precedenti o al riposo dopo le abbuffate dei giorni natalizi.

Festa conosciutissima, giorno notissimo, quasi scontato… che segue a ruota il Natale. Ma vi siete mai chiesti chi fosse questo “Stefano” che teoricamente si festeggia ogni anno? Oggi lo vediamo insieme.

Intanto partiamo da una considerazione a proposito della “santità”. Wikipedia descrive così la questione secondo la tradizione cattolica:

“Per la fede cattolica “santo” è colui che sull’esempio di Gesù Cristo, animato dall’amore, vive e muore in grazia di Dio; in senso particolare è colui che in vita si è distinto per l’esercizio delle virtù cristiane in forma eroica o per aver dato la vita a causa della fede (i martiri). La Chiesa Cattolica, attraverso un atto proprio del magistero del Papa, proclama santo una persona solo in seguito all’esito di un articolato procedimento detto canonizzazione.”

Quindi il “santo” diventa una specie di “super-cristiano” che avendo avuto una vita particolarmente vicina a Dio viene riconosciuto come “santo” dalla chiesa cattolica alla sua morte, una specie di “oscar” alla carriera… una volta ricevuto questo riconoscimento:

“Nella devozione cattolica i santi sono oggetto di venerazione e non di adorazione (latria), che è dovuta solo e soltanto a Dio e che non può essere tributata ad una creatura, per quanto grande sia.”

Venerazione che commentavo così in un precedente post. Questo processo si sta svolgendo in questi giorni per esempio con Giovanni Paolo II, ne avrete sicuramente sentito parlare nei telegiornali.

Ma la Bibbia cosa dice al riguardo?

Intanto la parola “santo” in ebraico è kadosh che significa separato. Separato da cosa? Dal peccato. Quindi consacrato a Dio, dedicato unicamente a Lui. In questo senso allora chiunque si separa dal peccato, ovviamente non totalmente perché l’unico senza peccato è stato Gesù… è santo. Nella Bibbia leggiamo in Ebrei 10:10 :

“Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”

Quindi Gesù rende SANTO cioè SACRO, SEPARATO dal peccato chiunque crede in Lui, nel suo sacrificio.

STEFANO

Ora, tornando a noi. Chi era questo Stefano? Lo leggiamo sempre nella Bibbia, libro degli ATTI capitolo 6, ci viene raccontato infatti che nella appena nata chiesa cristiana iniziavano dei problemi organizzativi, infatti il numero dei discepoli “iniziali” quelli che per primi avevano seguito Gesù stava diventando troppo esiguo per fare fronte alla grande richiesta di aiuto da parte dei neo-convertiti, specialmente per servire alle mense e guardate un po chi viene scelto:

Ed elessero Stefano, uomo ripieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, un proselito, di Antiochia. Li presentarono poi davanti agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.

Pensate che qualità aveva la prima chiesa cristiana, per servire a tavola vengono scelti degli uomini pieni di fede e Spirito Santo. Stefano è tra questi. La Bibbia continua dicendoci che Stefano era così SANTO da fare miracoli e segni tra le persone e la cosa diede parecchio fastidio alla casta religiosa del tempo che, seguendo lo stesso stratagemma escogitato per uccidere Gesù, accusa Stefano di aver bestemmiato trascinandolo davanti al tribunale dell’epoca.Specificamente fu attribuito a Stefano di aver detto che: “Gesù, il Nazareno, distruggerà questo luogo e muterà i riti che Mosè ci ha dato”

Così  Stefano inizia un discorso in cui ripercorre le tappe salienti della storia del popolo ebraico dimostrando di non essere uno stupido, ma di avere una grande preparazione. E in questo discorso fa notare come tutto il sistema ebraico di religione, con il tempio, i luoghi prestabiliti dicendo:

“Fu invece Salomone quello che gli edificò una casa.  Ma l’Altissimo non abita in templi fatti da mani d’uomo, come dice il profeta:  “Il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello dei miei piedi; quale casa mi edifichereste voi, dice il Signore, o quale sarebbe il luogo del mio riposo?  Non ha la mia mano fatto tutte queste cose?”.

Insomma Dio non ha bisogno di un LUOGO stabilito per adorarlo, di una casa o di una religioneperché Dio è molto più grande di tutte queste cose. Ma Stefano non si fermò e aggiunse una dura accusa ai suoi aguzzini: quella di aver ucciso i profeti che parlavano di Gesù e di aver ucciso Gesù stesso poco tempo prima ignorando la voce di Dio.

A quel punto la situazione degenera, la schiettezza di Stefano, la verità insomma, gli costa molto cara. Gli animi si scaldano il processo diventa sommario infatti leggiamo:

Ma essi, mandando alte grida, si turarono gli orecchi e tutti insieme si avventarono sopra di lui; e, cacciatolo fuori dalla città, lo lapidarono. E i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane, chiamato Saulo.  Così lapidarono Stefano, che invocava Gesù e diceva: «Signor Gesù, ricevi il mio spirito».  Poi, postosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E, detto questo, si addormentò.

Stefano, uomo così “sciocco” da credere nei suoi ideali a tal punto da non rinnegarli in nome del politicamente corretto, davanti a delle minacce preferisce morire piuttosto che rinnegare la sua fede e di dover accettare passivamente le imposizioni delle istituzioni del tempo: legali e religiose. Così di fronte alla morte stessa, e stiamo parlando di lapidazione non certo di una morte “soft” trova la forza di gridare con ancora più vigore quell’amore in cui credeva e che è tipico di chi segue veramente Gesù (che in croce disse: “perdonali perché non sanno quello che fanno”) mentre ormai il suo destino era segnato, Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo veniva brutalmente ucciso a colpi di pietre stava chiedendo a Dio di non contare la sua uccisione come un peccato ai suoi aguzzini… che amore!

Se solo oggi fossimo noi così forti e decisi come Stefano, se avessimo quella decisione eppure quell’amore per le persone, il mondo cambierebbe.

Stefano, uomo pieno di fede e Spirito Santo, esempio per tutti i cristiani viene ucciso brutalmente, primo martire della nascente chiesa cristiana. Questo ci fa riflettere anche sul fatto che credere in Dio non significa non avere problemi, non incontrare difficoltà, ma credere in Lui ci fa affrontare la vita e la morte in maniera diversa.

Mentre stava per morire la Bibbia ci dice che Stefano: “ripieno di Spirito Santo, fissati gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio, e disse: «Ecco, io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». “

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Tanti auguri a… a chi? (video natalizio)

Entriamo nella settimana di Natale con un video sul tema… guardatelo tutto, potrebbe sembra un video che non ha nulla a che fare con il Natale… invece ce l’ha… Buona visione!

Pensateci… in Natale dovrebbe essere il compleanno di Gesù… (anche se poi è tutt’altro che dimostrato che effettivamente sia così) però visto che è una festa universalmente riconosciuta come cristiana per celebrare la nascita di Gesù, sarebbe bello e giusto rivolgersi al “festeggiato”… ALMENO a Natale.

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il Cielo lassù…

Il cielo tutto sommato era sereno, sì, c’era qualche grande nuvola che di tanto in tanto si opponeva ai raggi del sole creando enormi macchie di ombra a terra, ma erano nuvole bianche, di quelle “buone” e quasi simpatiche; quelle che da bambino ti fermi ad osservare dal finestrino dell’automobile scoprendone le più originali somiglianze. Enormi massi di bianca materia immateriale che ti scivolano sopra la testa ogni giorno, folata dopo folata… dopo una certa età chi l’alza più la testa per guardarle? Che perdita di tempo!

Eppure qualche sognatore sparpagliato qua e là che si ostina a cercare di capire la bellezza delle nuvole ancora esiste, persino in città, dove al massimo si guarda in alto per capire se le previsioni del tempo avevano ragione e sul serio inizierà a piovere. Non tanto per l’interesse nella pioggia ma quanto per la paura del traffico, delle ore perse fermi in un fiume di asfalto! Quello sì che è tempo perso. Come biasimare un bambino che smette di guardare al cielo? Ricordo perfettamente che da casa mia la percentuale di cielo visibile era pari al 20-30% della visuale disponibile! In compenso ricordo una grande quantità di cemento, vernici, mattoni e ovviamente alberelli striminziti e rinsecchiti per i quali sembrava esservi una sorta di autunno perpetuo. Nelle giornate grigie era quasi difficile riuscire ad intuire la fine del cielo e l’inizio del cemento… o viceversa. Tutto diveniva una massa unica, un blocco solido di tristezza. Per un ragazzino del primo piano era decisamente difficile sognare al di là di quelle colate mostruose di cemento. Una pesantezza che a forza di guardarla ti inizia ad entrare inevitabilmente dentro. Una pesantezza innaturale.

Eppure anche allora ne ero certo, anche in quelle giornate così deprimenti: il cielo, lassù da qualche parte, doveva esserci. Come era possibile che quella enorme lucentezza di azzurro, di nero, di bianco e rosso fuoco con sfumature arancione potesse essere stata inghiottita da quella colata di nuvole? Si, si è vero, è impossibile scorgere il bel tempo sopra le nuvole quando piove, specialmente da un primo piano di un palazzo di città… eppure io l’ho sempre saputo. Ostinatamente proprio nei giorni più scuri pazientavo, davanti alla finestra piena di goccioline che al primo lampo si illuminavano come lucette di natale, e guardavo sù col naso quasi appiccicato al vetro. In tanti anni non sono mai riuscito a scorgerlo quell’azzurro durante la pioggia. Mai.

Poi sono cresciuto, ho iniziato a fregarmene del cielo e dei suoi colori, nella vita ci sono cose ben più importanti di qualche sfumatura nelle giornate di pioggia. Proprio quando sembravo convinto di tutto questo però successe qualcosa.

Aeroporto di Roma, diluvia… il volo è stato ritardato già due volte per il maltempo. Bella fregatura. Le ampie vetrate dell’aeroporto offrono un paesaggio spettrale: acqua a secchiate, vento impetuoso, aerei traballanti…  nuvole, nuvole e ancora nuvole. Sembra notte! Osservando il cielo nessuno spiraglio, neanche questa volta. Pazienza. Finalmente la tempesta sembra essersi sedata, resiste solo qualche goccia di pioggia e le solite nuvole nere. Tutti in partenza. Alla mia destra due sconosciuti, alla mia sinistra il piccolo oblò… Finalmente stiamo partendo. I motori sono accessi, cercano il massimo dell’energia, l’aereo prende la rincorsa, corre, corre e alla fine salta… per non riatterrare più, si aggrappa all’aria e… si vola. In quel momento la svolta… stiamo andando sempre più in alto, dall’oblò le automobili sembrano formiche, le persone non si vedono neppure, e le case… un momento… come sono lontane le case… la città, i palazzi e… il primo piano! Istintivamente gli occhi si spostano verso l’alto… ci stiamo per infrangere nelle nuvole! Non posso staccare gli occhi da quel soffitto plumbeo, poi… contatto! Siamo dentro. Dall’oblò non vedo più nulla, neanche la fine dell’ala! Che delusione! E’ così allora? Sopra le nuvole… altre nuvole? Per anni ho cercato questo? Rassegnato poso la testa sul sedile… chiudo gli occhi, non mi piace vedere il mondo con gli occhi di un deluso.

Poi ad un tratto… un riflesso in faccia, mi desta anche ad occhi chiusi, li apro istintivamente… è un raggio di sole! Riguardo nell’oblò e… le nuvole, sono sparite… o meglio, sono sotto di noi! Le abbiamo superate! Quel grigio soffitto si è trasformato in pavimento! Il Cielo brilla più che mai, nessuna nuvola ne copre neanche parzialmente la bellezza e il sole splende come fosse ancora più potente del solito.

Lo sapevo! Non importa quanto sia grigia la giornata, non importa quanta acqua ci sia a terra, non importa da quanto va avanti, c’è un certezza più grande di tutto questo: il Cielo, lassù da qualche parte, è sempre azzurro e niente e nessuno potrà farlo sparire… anche dal primo piano di un palazzo in città.

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A passeggio con me

Facciamo finta che vogliate sapere cosa ho fatto questa mattina. Ve lo racconto. La mattinata di libertà ognuno se la spende come crede, io l’ho dedicata alle lenti a contatto. Dopo circa un paio di mesi infatti che le ho terminate ho deciso che è arrivata l’ora di ricomprarle. C’è un problema,  il mio negozio di fiducia che vende le lenti a prezzi molto bassi dista parecchio da casa mia. No problem. Prendi un euro, fermati da un tabaccaio, baratta il tuo euro con un biglietto dell’autobus e partiamo.

La casa dove abito ora è molto più periferica rispetto a quella dove vivevo fino ad un anno e mezzo fa ne consegue che per raggiungere il negozio devo fare più strada, come se non bastasse sono molto interno nel quartiere, quindi mi tocca fare un bel pezzo a piedi per arrivare ai mezzi.

Quando cammino sono uno di quelli che inizia a pensare a tutto e di più, problemi, soluzioni, ricordi… il cervello parte, come girando al ritmo delle gambe che meccanicamente camminano, verso destinazioni esotiche e a volte improbabili. Il tutto incorniciato da una bellissima giornata di dicembre con un solo tiepido e le mani finalmente in tasca a ripararle dal freddo… quando uno pensa troppo mentre è in marcia, però, di solito corre due rischi: o si perde per strada o la strada perde lui, nel senso che perdi la cognizione spazio temporale intorno a te. Tra le due la seconda. Così mentre un pensiero tirava l’altro mi sono veramente reso conto di quanto gli autobus siano lontani da casa mia! ARGH!

Salgo le scale del soprapassaggio e mi reco verso il capolinea. Dell’autobus neanche l’ombra, solo una macchia d’olio a terra e un capannello di autisti troppo impegnati a farsi i cavoli loro per poter guidare un mezzo. Mi siedo sulla panca nell’attesa. Alla mia destra una vecchiettina ronfa sonoramente, ogni tanto si sveglia di soprassalto, guarda avanti, bofonchia qualcosa poi… buona notte. Quando dopo 2 minuti un’altra anziana arriva davanti a me chiede: “è molto che aspettate?” “2 minuti”, dico io. A quel punto la sonnambula accanto a me si riprende come per un prodigio e senza scomporsi troppo dice testualmente: “abrrur deahu a pocrrr”e poi… boom. Giù la testa e sogni d’oro. Io sgrano gli occhi, cosa avrà mai voluto dire? Ma non c’è tempo per stupirsi, infatti ancora più sorprendentemente l’ultima arrivata come se niente fosse interpreta il codice e risponde: “ah! È appena partito, mannaggia. Grazie” … come caspita ha fatto a capirla? La domanda senza risposta mi accompagnerà tutta la mattina, e forse fino alla tomba.

Un viaggio sugli autobus di Roma costa 1 euro, ma vale molto di più. Vuoi mettere la sensazione di viaggiare in un altro paese, magari del terzo mondo? Vetture puzzolenti, sporche e rumorose si susseguono tutto il giorno lungo le vie principali della capitale. Sembrerebbe di essere in elicottero se solo avessi il coraggio di chiudere gli occhi. Ma comunque non faccio in tempo, perché l’ennesima anziana della mattinata si frappone tra me e l’obiettivo finale. Mi chiede il posto, ovviamente lo cedo. E’ da anni che mi chiedo come mai sull’autobus le signore puntino sempre me per chiedere il posto, avranno un radar? Stamattina in effetti c’erano validi motivi, un bel posto al sole, solitario, vista casilina, e inoltre ero l’unico seduto che probabilmente avrebbe potuto capire la richiesta della signora! Intorno infatti c’erano tantissimi uomini e donne dei più svariati paesi al mondo, l’Africa ben rappresentata. ma anche il sud America e l’Asia si difendono bene.

La stessa cosa succede qualche fila più avanti alla mia. Ma questa volta seduto c’è, apparentemente, un nord africano che non capisce la richiesta dell’anziana e non si alza. FINIMONDO. Due paladine della giustizia italica premettendo che non sono razziste invitano nell’ordine il malcapitato: a “tornare al proprio paese”, a “imparatte l’itajano” (lui…), a rendersi conto che “nessuno ti vuole qua”(a lui…) “comportasi da ospite, perché poi noi al paese vostro non possiamo fare nulla”(ma quale paese? E poi perché: NOI?)  il tutto nel rispetto dei diritti civili (secondo la lega probabilmente). Basta un ragazzo di 15 anni a svergognare una delle due paladine: “Signò, ma lei, c’è mai stata fori dall’Italia?” “no, ma…” sbugiardata e tornata in sé continua a parlare di rispetto e integrazione dei popoli davanti un improbabile uditorio di stranieri che la guardano senza capire una parola ma annuiscono per farla tacere il prima possibile, il ragazzo nord africano finalmente capisce e lascia il posto all’anziana che in tutto questo non ha detto mezza parola… strana la vita.

Arrivato a destinazione percorro un bel pezzo di strada, è decisamente natale, anche Tor Pignattara (un quartiere da molti ribattezzato “Pakistan”) se ne è accorta… tra Kebab e Babbo Natale arrivo all’ottica, so a memoria quello che devo chiedere e come chiederlo: “Buon giorno, vorrei due confezioni di lenti mensili con gradazione -2, grazie” il commesso risponde sempre “sì… -2?” io confermo regolarmente e mentre mi avvio alla cassa prendo una confezione di soluzione unica e altrettanto regolarmente attendo che la cassiera, e proprietaria, smetta di parlare e decida di farmi pagare. Oggi l’argomento è: Politica… ma anche sociologia, gossip e boh, di tutto un po’. La mia faccia sorridente la trae in inganno, e chissà come mai pensa che mi interessi un discorso politico populista e oserei dire di stampo democristiano, della serie “facessero magnà anche a noi, mica solo loro” e così in pochi minuti: “Ma io non lo so, tutti sti problemi! Poi uno la sera torna a casa e sente che quello ammazza, quello accoltella, l’aRtro spara…” io preso dall’entusiasmo, non so bene perché, aggiungo “…l’altro ruba” lei approva e ripete: “bravo, quell’atro ruba… che poi io non lo so uno dice, fa, ma poi no? A questo je volemo fa finì il mandato? Poi se è… l’arrestano” mi diverto a notare che alla parola “rubare” quella capisce subito “Berlusconi”… poi che c’entra con quello che ammazza e con quello che spara? Boh!

Altra domanda insoluta della mattina… ho la banconota in mano da 5 minuti buoni, ma lei pare proprio non essere interessata al mio denaro! E aggiunge: “…Poi Corona, no? Ma sarà pure un fijo de na M… Però per me dice delle cose… gius… ver… che non è che ha torto” Che c’entra mò Corona con Berlusconi? Voi vedè che questo diventa prossimo Presidente del Consiglio?! Io chiudo il discorso: “Per me non ha ragione lui, ma hanno torto pure tutti gli altri” sì, lo ammetto sono un giustizialista forcaiolo! Comunque finalmente riesco a pagare e ad andarmene, per averla assecondata “vinco” una pezzetta omaggio per pulire gli occhiali.

Guadagno l’uscita ed esco dall’ottica e dal “Pakistan”. Aspetto di nuovo l’autobus. Sulla piattaforma, mentre paziento, non posso fare a meno di notare un gruppo di ragazzi, sembrerebbero nord africani… stanno parlando ad alta voce nella loro lingua… ripenso alla signora sull’autobus… cosa direbbe ora? 🙂 sono vestiti esattamente come tanti altri ragazzi italiani della loro età… poi arriva una ragazza, è italiana, ride, saluta con il bacio sulla guancia tutti e tre e tutti continuano la discussioni in italiano… loro si impettiscono tutti, fanno gli scemi, giocano, come qualsiasi altro ragazzo davanti una coetanea

Arriva l’autobus, saliamo tutti. Questa volta nemmeno mi siedo, c’è una signora anziana proprio accanto a me e ha pure una cartellina dell’ospedale in mano… manca solo il certificato medico. Seduto c’è un uomo di colore, cappello di lana, occhiali da sole, dai tratti non capisco di dove possa essere. Sta guardando fuori dal finestrino, la signora con la cartellina con una certa arroganza letteralmente ordina all’uomo di alzarsi per farle posto, per carità sarà anche giusto, ma con che modi… lui “abbozza” si alza e fa posto. In mente mi torna la scenata dell’andata e una risposta di un paciere nigeriano che rispondeva alla signora che accusava gli extracomunitari in genere di esse maleducati: “lui[intendeva il ragazzo che non cedeva il posto alla signora] sarà maleducato… ma il mondo è paese”… hai detto bene amico mio!

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21 anni

Di notizie ne riceviamo tantissime, ogni giorno, da ogni fonte possibile ed immaginabile. Amici, parenti, giornali, televisione, internet… siamo circondati. E’ pur vero che ormai siamo quasi passivi di fronte alla grande quantità di parole che ascoltiamo, di immagini che vediamo. Tutto ci scivola addosso senza farci troppo ragionare, senza pensare troppo a ciò che significa, senza pensare alle conseguenze o senza immedesimarsi. Tutto diventa astratto, separato, così lontano da noi. Ma ogni tanto arrivano parole inaspettate, parole che interrompono quel triste trascinarsi nella vita di tutti i giorni. Notizie a bruciapelo, fredde come la lama di un coltello che squarcia la routine. Notizie. Pessime notizie. Come sapere di aver perso un pezzo della propria memoria, un frammento della propria vita… come capire che quel volto sorridente abbinato nella mia mente a due occhi azzurri brillanti e pieni di vita non lo vedrò più perché semplicemente… è andato. Che la vita abbia un senso ne sono certo, che tutto quello che ci circonda comunichi qualcosa di superiore, possegga un messaggio che indica qualcosa, una strada, una soluzione, è la mia speranza e fede più grande. Così ti ritrovi in uno dei periodi più belli della tua vita a farti trascinare dall’inerzia degli eventi, giorno dopo giorno, senza capire che tutto quello che fai, hai, vedi, è un dono… e non ti è dovuto, ti è stato semplicemente concesso. Per quanto? Non lo sapremo mai per certo. Ogni volta che apri gli occhi, ogni sogno che hai, ogni progetto che porti avanti, ogni respiro che ti riempie i polmoni, ogni volta che la mattina il tuo piede tocca per terra…  tutto è un dono. Uno splendido dono. Una possibilità in più di poter godere di questa immensa avventura che è la vita. Tutto acquista senso quando lo guardi dalla giusta prospettiva… e quella delusione, quel boccone amaro, improvvisamente cambia sapore se visto nel quadro generale della vita, della possibilità di vivere e crescere. E’ vero, fa impressione sapere che rimarrai solo nei miei ricordi, fa impressione immaginare quante lacrime cadranno per te, fa impressione sopratutto pensare che avevi 21 anni. Fa impressione pensare che sia toccato proprio a te e che ci siano altri che invece quest’avventura la vorrebbero concludere tutti i giorni e non ci riescono, fa impressione che chi combatte per la vita spesso perda e che chi combatte per morire a volte fallisca…  Un’ultima cosa la devo dire: grazie. Perché pur inconsapevolmente sei diventato il mio inno alla vita.

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Iko – Look what you’ve done to me (traduzione)

Se siete appassionati di serie tv americane non vi sarete sicuramente fatti scappare “FlashFoward” uno degli ultimi serial evento della ABC basato su una premonizione di 6 mesi nel futuro contemporaneamente per tutta l’umanità… originale, avvincente e veramente ben fatto, con un cast interessantissimo. Ad ogni modo… come ogni serie tv americana che si rispetti la colonna sonora non può essere ignorata! E così vi propongo un pezzo degli “iko” tratto dal 4 episodio della serie (Black Swan – Cigno Nero) si intitola “Look what you’ve done to me” (Guarda cosa mi hai fatto) un pezzo molto lento e malinconico. Non a caso “Iko” significa “orfano” in giapponese antico (almeno così riporta il sito della band). Vi consiglio di visitare il loro “myspace” e di ascoltare le altre tracce proposte, sono più allegre! 🙂

Intanto… Signore e signori… Buon ascolto

Look what you’ve done to me:

Dopo il primo esperimento ritentiamo la traduzione del testo… ovviamente critiche e consigli sono ben accetti…

LOOK WHAT YOU’VE DONE TO ME

Oh LOOK WHAT YOU’VE DONE TO ME
I’m in pieces around your feet
And no, don’t take back what you said
Just learn to leave it where we left it there

That is why you look so
That is why you look so
That is why you look so mine tonight

She, She’s on an aeroplane
While i, i just learned how to stay
You can see it in her eyes
You can see it in her eyes she just came
And yeah it’s all very well
It’s all very well but is it love

That is why you look so
That is why you look so
That is why you look so mine tonight

Oh LOOK WHAT YOU’VE DONE TO ME

GUARDA COSA MI HAI FATTO

Oh guarda cosa mi hai fatto

io sono a pezzi ai tuoi piedi
e no, non riprenderti ciò che hai detto
impara solo a lasciare le cose come stavano 

Per questo sembri così
Per questo sembri così
Per questo sembri così mia stanotte

lei, lei è su un aeroplano
mentre io, io ho appena imparato a restare
Lo puoi vedere nei suoi occhi
Lo puoi vedere nei suoi occhi che è appena arrivata
E si, va tutto bene
Va tutto molto bene, ma è amore?

Oh guarda cosa mi hai fatto

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