Il quadro

Ogni persona è un’opera d’arte e l’arte è vita. Ogni persona è un quadro magnifico, fatto di tinte forti e sfumature soavi. Chiaroscuri e pennellate delicate. La riproduzione di piccole imperfezioni magnifiche. L’incrocio di linee studiate e tratti appassionati. Il geniale sogno di un creatore, l’incanto cromatico di emozioni e sensazioni. Il compendio perfetto di genio e intuito, calma e rabbia. Sudore ed eleganza. Nel complesso di un dipinto vitale ed enigmatico, un insieme di dettagli misteriosi e incomprensibili, ammaglianti. L’eco di ricordi lontani vissuti un tempo remoto e ormai cristallizzati in macchie di colore stese su di una tela nascosta. L’isteria dell’astratto, l’egocentrismo del cubismo, il razionalismo del naturalismo, niente più niente meno che pennellate di vita.

Io no

Affacciata a quella finestra guardi l’alba già da un po’. Oggi è il grande giorno e tutto è pronto per la festa. Le stelle nel cielo piano piano si spengono, ed una ad una cedono il passo al timido sole autunnale. I tetti, le antenne e il cubismo della città con il suo abusivismo disordinato, attraverso al vetro, si specchiano nella tua silhouette.

Una ballerina è abituata alla pressione, ad affrontarla con leggerezza, esorcizzandola meccanicamente in gesti provati e riprovati fino a farli diventare parte di di un’armonia generale e accattivante, fino a farli diventare parte di sé; e poco importa se la stanchezza o la sofferenza colpiscono ossessivamente ai fianchi per farla fermare, fin quando la musica suona non c’è tempo per pensare. Sarebbe bello prendere tutte le paure chiuderle dentro una scatola e proseguire a cuor leggero, ma non sempre è così facile andare avanti, infatti è proprio il cuore il baule per le nostre paure. Respiri profondamente, è buono l’odore del caffè di prima mattina, in realtà non cambia mai, ma appena svegli sembra avere qualcosa in più… è come il calcio d’inizio per un partita di calcio, è un tocco di palla come tutti gli altri, eppure è speciale. Ti piace respirarne l’odore col naso dentro la tazzina mentre lo bevi, ti piace sospirare a lungo nella tazzina e sentire il calore del caffè salire verso gli occhi.

Arrivata alla festa tutti ti hanno fatto un applauso, tutti hanno alzato il bicchiere, sorrisi, foto e tanta allegria, tanto baccano. Poi per un istante, un lungo attimo di silenzio, il tempo di un respiro, e ti sei accorta che io non c’ero… ti sei guardata attorno e poi in camera, al parco, al bar… io non c’ero. E allora, immagino, visto che non c’ero, che per un attimo, il tempo di un pensiero, ti sei abbandonata alla tentazione di fermare la tua danza, di scendere dalle punte e cedere alle pressioni, nonostante il pubblico, nonostante la musica, nonostante tutto… ma poi… hai inspirato… e tutto è finito. E’ tornato il sorriso è finito il pensiero.

E come potrei ora raggiungerti? Abbandonare tutto e sperare, guardandoti negli occhi, che mi restituisca la chiave dei miei sogni, il battito del mio cuore, il calore del sangue nelle mie vene, l’ultimo pensiero notturno. Finché la musica prosegue tu non ti fermerai, e allora io preferisco non ascoltarla, quella musica. Io non c’ero e non ci sarò.

Per Merisi ci siam uccisi!

Molti media ne hanno parlato, le foto della fila chilometrica, fuori dalle scuderie del quirinale, sono apparse su molti giornali… ma dopo le prime 3 settimane di esposizione uno si convince che alla mostra di Caravaggio (iniziata il 20 Febbraio scorso) non ci sarà poi tantissima fila… sbagliato! Specialmente se ci vai di sabato mattina. Armati di pazienza e voglia di immergersi nell’arte del grande artista, io e il mio amico Emanuele abbiamo pazientemente aspettato di poter entrare dopo più di 2 ore di fila! Alla fine mi ero quasi affezionato alle persone che ci precedevano e ci seguivano nella fila!

Nell’attesa si inganna il tempo come si può, si chiacchiera (ma dopo 2 ore gli argomenti iniziano a scarseggiare), ci si guarda intorno (e qui tra manifestanti col bandierone del PD pronti ad invadere Piazza del Popolo, e e turiste bionde e bellissime, la cosa è stata abbastanza impegnativa)e poi ci abbronza sotto un sole cocente nonostante la temperatura relativamente bassa… intorno c’è chi legge, chi si bacia col fidanzato, chi fissa la nuca di chi gli sta davanti.

Michelanego Merisi detto “il Caravaggio” sulla banconota da 100.000

2 biglietti e… si inizia! Si inizia col botto tra l’altro. Infatti il pezzo pregiato della mostra, elevato ad icona dell’evento, è proprio nella prima sala di esposizione. Si tratta della leggendaria canestra di frutta, per la prima volta concessa ad una mostra esterna dalla Pinacoteca Ambrosiana. Il realismo con cui questa natura morta è rappresentata è veramente spaventoso… le foglie rattrappite, l’uva lucida, le ammaccature dei frutti… impressionante. Interessante sopratutto, per chi ha fede come me, scorgere nei dipinti del Caravaggio, le numerosissime metafore cristiane presenti nell’opera; i frutti scelti per la composizione, ad esempio, sono direttamente ispirati al cantico dei cantici. Ma l’opera diventa anche un’analisi della vita, il canestro, non a caso in bilico e con dei frutti imperfetti, ammaccati e con delle foglie morte, rappresenta la vita umana, così instabile e imperfetta, così vana e passeggera se pur bellissima, e la luce così calda e radiosa, proveniente dall’alto, non a caso lo sfondo è dorato verso l’alto, ci ricorda come la presenza di Dio sia sempre su di noi. Non dimentichiamo che questi quadri erano destinati ad uomini di chiesa e che quindi il messaggio cristiano era sempre inserito nelle opere. Nella stessa sala si trova il ragazzo con la canestra di frutta, cesta molto simile, ma sistemata nell’abbraccio di un giovane. Nella sala tutti vogliono avvicinarsi il più possibile per scorgere al meglio le due opere, spesso infatti suona “l’allarme” (fastidiosissimo) che indica l’eccessiva vicinanza al quadro. Io e Manu proseguiamo rapiti dalla bellezza della pittura…

Solitamente tendo ad informarmi prima di andare ad una mostra, per sapere almeno le opere che vedrò, questa volta non l’ho fatto, un po’ per la decisione presa così “al volo” un po’ per godermi a sorpresa la grandezza di uno dei pittori più bravi e popolari della storia. Non passa molto tempo infatti prima che rimanga nuovamente senza fiato… nella seconda sala mi “imbatto” immediatamente in uno dei miei quadri preferiti di Caravaggio: Riposo durante la fuga in Egitto, in cui viene rappresentata un momento di pausa della famiglia di Gesù, ancora bambino, mentre viaggia verso l’Egitto per sfuggire ad Erode. I dettagli, le note sullo spartito, i colori, la trasparenza del velo che copre l’angelo… il terriccio, e lo sfondo, uno dei pochi quadri di Caravaggio in cui possiamo intravedere un paesaggio. La mostra continua tra un colpo di scena e l’altro: il Bacco, con i dettagli del vetro e le vibrazioni del vino. I bari con la sua espressività divertente e spiccata. L’Amor vincitore,  i musici e i tanti quadri che raccontano episodi biblici… come la conversione di Saulo su tavola, un’opera che dal vivo ho apprezzato tantissimo, bellissimi i colori e incredibile la composizione (anche qui si intravede uno sfondo) la plasticità dei soggetti… la deposizione , altra opera imponente per dimensioni e composizione, con la sempre incredibile cura dei particolari, con il volto di Maria ormai arreso e depresso al dolore. La famosissima cena di Emmaus, che già avevo visto a Londra, con il suo carico emotivo che rende partecipe della discussione in atto anche chi guarda il quadro, con la cesta di frutta gemella alla prima che abbiamo visto. Poi ancora la cattura di Cristo nell’orto, con il suo effetto di movimento e la perfetta illuminazione interna con tanto di autoritratto del Merisi all’interno dell’opera. Autoritratto ancora presente nel David con la testa di Golia in mano in cui Caravaggio si ritrae nella testa del gigante Golia, ancora a sottolineare la propria colpa, tra l’altro Merisi fu accusato di Omicidio e condannato a morte, motivo per cui fuggì da Roma, e qualcuno vede in questo quadro un richiamo alle sue vicende personali. E tante altre opere ancora… che spero avrete la possibilità di visitare fino al 13Giugno.

Alla fine, dopo tutto il tempo passato per entrare, oltre al tragitto per raggiungere le scuderie del quirinale e la relativa stanchezza, sono uscito pienamente soddisfatto, ho avuto modo di vedere veramente una CARIOLATA DI CAPOLAVORI provenienti da tutto il mondo e che raramente avrei avuto modo di poter vedere tutti dal vivo. Un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è anche l’utilizzo delle storie della Bibbia per applicarle alla propria vita, per farne una critica dell’arte e della società… un esempio straordinario di come le storie presenti nella Bibbia possano essere spunto di riflessione e cambiamento nella vita di tutti noi.

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Finalmente si inizia! Si inizia alla grande tra l’altro. Infatti il pezzo pregiato della mostra, elevato ad icona dell’evento, è proprio nella prima sala di esposizione. Si tratta della leggendaria canestra di frutta, per la prima volta concessa ad una mostra esterna dalla Pinacoteca Ambrosiana. Il realismo con cui questa natura morta è rappresentata è veramente spaventoso… le foglie rattrappite, l’uva lucida, le ammaccature dei frutti… impressionante. Interessante sopratutto, per chi ha fede come me, scorgere nei dipinti del Caravaggio, le numerosissime metafore cristiane presenti nell’opera; i frutti scelti per la composizione, ad esempio, sono direttamente ispirati al cantico dei cantici. Ma l’opera diventa anche un’analisi della vita, il canestro, non a caso in bilico e con dei frutti imperfetti, ammaccati e con delle foglie morte, rappresenta la vita umana, così instabile e imperfetta, così vana e passeggera se pur bellissima, e la luce così calda e radiosa, proveniente dall’alto, non a caso lo sfondo è d’orato verso l’alto, ci ricorda come la presenza di Dio sia sempre su di noi.

Tra sogni e realtà

“qui soffocherò presto” pensava, allargandosi col dito il colletto della camicia stretta dalla cravatta. Davanti a lui lo schermo piatto di un computer di ultima generazione; come immagine di sfondo la foto dell’ultima vacanza, la fissava attentamente come a poter riviverla con la forza del pensiero. La luce bianca e fastidiosa del neon evidenziava con crudeltà l’assenza di finestre all’interno della stanza. Fogli sparsi un po’ ovunque sulla scrivania ricordavano vagamente il caos delle sue idee in quel momento, il disordine nella sua vita. La sua maledizione era il ricordo di un posto lontano, di una vita diversa, di ambizioni umane e non aziendali. Il ronzio della ventola coperto dal suono dei suoi pensieri, le onde del mare, il rumore del vento; i piedi stretti in scarpe strette e lucide proprio non ricordavano quella sabbia finissima e le lunghe passeggiate scalzo. Sogni si accalcavano nei suoi occhi, sembrava quasi di sentirlo l’odore del mare da dentro quell’ufficio, il sapore del sale sulle labbra, istintivamente si leccò i baffi, come se quel sale lo potesse sentire sul serio. Troppi sogni tutti insieme, a discapito di una realtà da incubo, fanno male… e così sugli occhi un velo di lacrime, un insopportabile utopia. Sogni che passano, fuggono, se ne vanno per sempre… come un fiume in piena, impetuoso, maestoso, spaventoso.  Le mani sul volto a destarsi, un respiro profondo. Meglio fare due passi. Nel lungo corridoio aveva la sensazione di trovarsi in un buker, centinaia di metri sotto terra. Gli altri colleghi sembravano una manica di zombie, automi che ciclicamente svolgono le stesse mansioni, a volte si fa fatica a capire quale dei due sia la macchina, quella con la tastiera, o quella davanti lo schermo…. i click del mouse, il rumore delle tastiere pigiate, il suono di sogni infranti, di vite sacrificate ad un ideale da quattro soldi come la plastica che circonda tutti quegli aggeggi elettronici, e per giunta di qualcun altro. L’odore di sigaretta, il rumore della macchina del caffè, le bestemmie del principale… quanti modi ha l’uomo per mentire a se stesso, e per distrarsi da una vita avara di motivazioni? Appoggiò il braccio su l’unica finestra del corridoio, e poi ci si abbandonò anche con la testa… da lì vedeva il parcheggio, il cemento, l’asfalto… guardò l’orizzonte, con la vana speranza di sognare il mare… c’era solo smog. In lui una domanda profonda e lacerante: “sono stato creato per questo?”

La ragazza del muretto

Non era solo una questione di estetica, no, no anzi l’estetica era uno dei metri di giudizio che per ultimo sembrava  bussare ai suoi occhi; per carità quella ragazza appoggiata al muretto in attesa dell’autobus davanti a lui, che svogliatamente si appoggiava al palo della fermata, era veramente un angelo, ma non si trattava di questo. Era la sua fantasia che per prima cosa gli saltò agli occhi, non ci aveva mai scambiato una parola, eppure lo sapeva, lei era una creativa, una donna piena di fantasia, era evidente guardando la luce nei suoi occhi accendersi leggendo le pagine del libro che costantemente teneva in mano nell’attesa; come la luna si specchia nel sole per poter brillare, così i suoi occhi nocciola, profondi e visionari, riflettevano un mondo che solo lei riusciva a vedere davanti a se. Il suo sorriso spontaneo e imperfetto era la cosa che più di tutte si era impressa nella sua mente, la notte spesso era l’ultimo pensiero cosciente prima di abbandonarsi a sogni che avevano sempre lei come protagonista e che lui aveva l’impressione di non dimenticare mai al risveglio, non come tutti quelle altre banalissime fantasie notturne su chissà quali altri soggetti accatastati lì nelle nostre menti senza un motivo apparente. Il trucco raramente  sfoggiato, e comunque sempre e solo accennato, per esaltare i suoi lineamenti essenziali, le scarpe basse, i vestiti vissuti e soggetti ad una moda solo ed esclusivamente sua, le mani delicate che nello sfogliare le pagine sembravano scandire le note di un’arpa, la sciarpa colorata intorno al collo con il riflesso del tiepido sole invernale creava una cornice che ne esaltava la pelle candida, la voce spezzata dalla timidezza anche solo per rispondere a qualcuno che chiedeva l’ora, il naso all’insù, i capelli castani ricci e selvaggi di cui segretamente lui studiava la trama che lo riconducevano, come piccole scale a chiocciola, al suo viso così bello e vivo, come un quadro di Monet…

Mentre la pioggia iniziava a cadere, mentre il sole splendeva, mentre tutti correvano, mentre non si muoveva una foglia, lei era sempre lì in un mondo esclusivamente suo e in cui lui ogni notte sognava di entrare, ma da cui ogni mattina sistematicamente usciva quando la vedeva lì appoggiata ad un muretto con un libro in mano, troppo bella per non essere un sogno.

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Un tubetto di ricordi…

No alla casta! Sì alla pasta! Grazie capitano! 🙂

Un ricordo lo si associa spesso ad una immagine vista, ad un odore respirato, ad una canzone… e perché no? Ad un sapore. Quel meraviglioso sapore che può avere una cena insieme, un piatto squisito… eppure di te ho un ricordo proprio strano. Non una poetica immagine, una musica soave… ma un sapore, il sapore del tuo dentifricio. Strano… strano fino ad un certo punto. Perché in fin dei conti sono le piccole cose il segnale più evidente di una conoscenza profonda. Tutti sappiamo le cose più importanti di una persona, di un fatto… sappiamo che Cristoforo Colombo “scoprì” l’America, che era il 1492, che era nato a Genova… ma non sappiamo che numero di scarpe portasse, quale fosse il suo ricordo più bello, la paura più grande, o che marca di dentifricio avrebbe usato se fosse vivo oggi! Sono i dettagli quelli che fanno la differenza. Tutti di te riconoscono il profumo, il colore dei capelli, ricordano il suono della tua voce; qualcuno conosce i tuoi segreti, le tue ambizioni e ha sentito raccontare più volte i tuoi sogni. Ma in quanti sanno che dentifricio usi? No, veramente… in quanti? Il numero cala vertiginosamente. Perché questi sono quei piccoli grandi innocentissimi segreti che ognuno di noi ha… e che io conosco di te, perché con te ho vissuto, con te ha sofferto, con te mi sono svegliato. Lo ammetto, mi fa un po’ strano pensare a te ogni volta che sento il sapore della “pasta del capitano” ma che ci posso fare? Davanti ad uno specchio, stordito dal sonno mattutino, o stanco per una lunga giornata, fisso il mio riflesso con lo spazzolino in bocca, e dente dopo dente, rivedo quei mille momenti insieme. Ricordi indissolubili sempre freschi… e alla menta, nella mente. E’ buffo guardarmi in pigiama con la schiuma bianca alla bocca, esattamente come da bambino, e sentire il suono delle setole tra i denti mentre nella testa rivedo quelle scene a casa tua, prima di andare a dormire dopo serate divertenti, dopo serate noiose, dopo serate normali. Dettagli che solo io, e pochissimi altri, possiamo sapere… sapore di menta e fluoro. Ridacchio e apro l’acqua. Mi sciacquo la bocca, mi riguardo allo specchio… quel sorriso ebete di chi sta pensando ad un bel ricordo è rimasto lì, sulle mie labbra. Non è poi così male ricordarsi di te tre volte al giorno…

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In ascolto…

Cosa ci posso fare se tutto quello che è intorno a me mi parla di te? La luce del sole che scalda la mia pelle nel gelo di un mattino invernale e lentamente scioglie il ghiaccio su ogni strada, il soffio gelido dell’aria mattutina che sveglia i miei sensi e i miei pensieri e che sembra entrarmi nei polmoni ad ogni boccata d’aria. Tutto mi parla di te… lo sguardo di quella ragazza assorta nei suoi pensieri mentre aspetta l’autobus alla fermata, il riflesso del cielo nell’acqua. Mi guardo attorno e sono circondato: il sorriso di un anziano, il saluto di un amico, la corsa forsennata di un bambino… tutto mi ricorda che ci sei, e stai con me. Persino il dolore ha smesso da tempo di urlarmi contro le sue maledizioni e ha iniziato a sussurrare parole su di te, il futuro mi parla di te, il presente mi parla di te, il passato è la prova che tu mi parlerai ancora. Ci sei e ci sarai sempre, lo so. Lo vedo nell’azzurro del cielo che si specchia nei miei occhiali, in ogni frase che mi piace di una canzone, nei capitoli dei libri, nelle grandi scene al cinema, tu ci sei. Mi parla di te la più bella opera d’arte e il suono del sassofono, mi parla di te il rumore dei miei pensieri e il battito assordante del mio cuore prima di dormire la sera. Mi ricorda che ci sei il sapore dell’acqua, l’odore dell’aria, il suono della mia voce. Mi parla di te il mio brutto carattere, il mio sorriso e le mie fossette. Mi parlano di te i miei amici la mia famiglia e ogni sguardo che incrocio nelle lunghe passeggiate. Mi parla di te la voglia di camminare, il bisogno di fermarsi, la necessità di andare avanti. Gridano di te il coraggio, la tenacia, la voglia, la forza e l’estro. Anche le stelle a collegarle tutte scrivono il tuo nome e la luna riflette la tua luce. In ogni risata, in ogni giorno speciale, in ogni persona che sta perdendo la speranza, in ogni crisi adolescenziale, in ogni viaggio… io sento che ci sei e che tutto non può non parlarmi di te. Il sogno più bello, l’incubo più assurdo, la sete e la fame, la fatica e la voglia di fare mi parlano di te. Il piede che tocca il freddo pavimento la mattina e mi ricorda che per un altro giorno almeno sono ancora qua ad ascoltare il mondo parlarmi di te.

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Un pezzetto di Dio

pittore

Penso che fermarsi a parlare con le persone sia una delle più grandi scuole che una persona possa fare. La nostra società è egocentrica, ognuno pensa a se stesso e adora il proprio ego, ognuno pensa di non avere bisogno di nessun altro all’infuori di se stesso. Così l’amore diventa un bisogno di attenzione, l’amicizia un bisogno di essere ascoltato. Ascoltare è una ricchezza rara, capire gli altri è qualcosa di ancora più eccezionale. Una volta mi sono fermato a parlare con un’artista, un pittore bravissimo, fuori al suo negozietto un tavolo e dei bicchieri sempre vuoti col fondo rossastro… 4 sedie e sempre qualche amico con cui chiacchierare, con cui ridere, con cui condividere la vita, un bicchiere dietro l’altro, una risata dietro l’altra… di storia in storia.

Una volta, seduto con lui, iniziammo a parlare di Dio. Condivise con me una teoria, di non ricordo quale filosofia, “Io penso che Dio sia in ognuno di noi, o meglio ognuno di noi ha un riflesso di Dio dentro di sè… facendoci diventare “dèi” a nostra volta… ma tutto, dico… persone, alberi, animali… tutta la natura è un piccolo dio”. In realtà non condivido a pieno il pensiero, perché non credo che tutti siamo dèi, ma una cosa di questa teoria la faccio mia: Un pezzetto di Dio è presente in ognuno di noi. In ogni parte della creazione, come quando un’artista crea un’opera d’arte meravigliosa e lascia il proprio stile, la propria creatività, il proprio vissuto all’interno dell’opera stessa. Ognuno di noi ha un indizio che porta allo stesso Padre, alla stessa mente, a Dio. Per questo è importante stare insieme, non abbandonarsi mai ed ascoltare gli altri, perché per arrivare alla completezza più totale di Dio abbiamo bisogno di più pezzi possibile!

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La nave e il suo equipaggio

In un porto indefinito, in un paese lontano, su un mare qualunque, una piccola imbarcazione sta caricando gli ultimi viveri e casse prima di partire alla volta del mare aperto. A bordo un manipolo di uomini, che definire loschi sarebbe un complimento, si danno da fare per sistemare tutto prima della partenza; chi pulisce, chi carica, chi sistema gli impianti. Scarti della società, emarginati, ricercati, uomini senza futuro. Ognuno di loro ha preso il proprio passato, l’ha legato con catene spesse come il rimorso attorno ad un peso, una pietra, una lastra di cemento, una solitudine incessante, e l’ha gettato in quel mare immenso, quieto e folle, saggio e sconsiderato, amorevole e rancoroso, che perdona e ti odia e che sopratutto non ti guarda mai in faccia, non ti chiama per nome e non vuole niente da te se non il rispetto che gli è dovuto. Uomini con un cuore addormentato, anestetizzato, spesso stordito dall’alcool. Cuori feriti che con il sale del mare bruciano come l’inferno, ma che con il gelo della tempesta trovano sollievo e redenzione. Cuori che spesso fingono di non avere pur di non ricordare il proprio passato. Nessuno domanda, nessuno vuole sapere perché l’altro sia lì, non perché non ci sia curiosità, ma per la tremenda paura di sentirsi rigirare la domanda; “come stai?” a volte può essere una domanda più sconvolgente di mille rivelazioni.

A guidarli un capitano troppo silenzioso per essere vero, “l’importante è arrivare a destinazione” è una delle poche cose che molti dei suoi uomini gli abbiano mai sentito dire, nel suo sguardo tutta la fierezza di un uomo che ha ripetutamente battuto la morte in un gioco che spesso avrebbe voluto perdere. A guardarlo si capisce perfettamente che non c’è bisogno di parlare molto per essere un leader, basta il suo sguardo, glaciale, distaccato, penetrante, come in grado di comunicare con ogni anima che incontra, il dolore è il suo linguaggio, la base comune che gli permette di capire ogni uomo del suo equipaggio. Sembra cattivo, non lo è, sembra insensibile, non lo è, sembra rude, in realtà è solo un uomo che ha deciso di non parlare più senza una ragione, perché per lui la vita ormai è un lusso, un extra che non era previsto e a cui lui non ha più nulla da dire. Mangia solo e raramente, beve molto ma come per una maledizione non riesce proprio a stordire quel cuore che dentro di lui grida incessantemente. I suoi dialoghi più belli sono quelli che fa col mare, spesso lo si può vedere sul ponte, fuori dalla sua cabina, a fissare le onde, e in quel momento, solo ed esclusivamente in quel momento, il suo sguardo si scioglie, per un attimo diventa umano, per qualche istante sembrerebbe proprio un padre di famiglia,  un amico fidato, un uomo felice.

Quello che vede con gli occhi quando fissa il mare nessuno lo sa, e con nessuno mai ne parlerà… ma io penso di saperlo. Era notte, mesi fa, stavamo tornando da un viaggio in Asia, dopo giorni di tempesta finalmente eravamo arrivati una zona tranquilla, era stata una settimana massacrante, tutti noi dormivamo, ma io ebbi un incubo così mi alzai per prendere una boccata d’aria, ma ancor prima di mettere il piede fuori dalla porta, intravidi il capitano sul ponte, in mano un fogliettino che fissava incessantemente, lo guardai meglio… era una foto. Nella foto c’era lui con una bambina, ridevano… guardai nei suoi occhi, stava piangendo, calde lacrime rigavano la sua freddezza, tracce di emozioni apparivano dietro quella pelle dura e temprata in anni di battaglie, poi si asciugò gli occhi, li chiuse per lunghi attimi, alzò lo sguardo verso di me, e mi vide… gli occhi erano tornati gelidi come sempre, mi fissò un attimo, poi riguardò la foto, allungò il braccio fuori dalla ringhiera del ponte e la lasciò cadere nel mare. Poi si avvicinò verso di me, che intanto ero uscito allo scoperto, mi guardò. Io non ebbi il coraggio di dire niente. Come niente se ne andò. Sapevo di essermi guadagnato l’unica “emozione” che era capace di esprimere benissimo: l’indifferenza.

La nave, in finale, partì alla volta di nuove avventure, senza certezze, senza sicurezze, senza sapere quello che avrebbe incontrato nel viaggio, proprio come non lo sa ogni uomo tutte le mattine quando apre gli occhi.

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Scuola, cagate e lezioni di vita

Seconda media,  una storia vera. Ora di musica, professore sessantottino. Mezzo artista, mezzo musicista, mezzo matto… o un terzo musicista, un terzo artista e il restante da suddividere tra follia e famiglia. Nella classe regna stranamente il silenzio, stranamente perché durante l’ora di musica uno si aspetta di sentire i flauti di plastica da quattro soldi suonare a tre voci, che poi in tre anni di medie non abbiamo mai fatto un’armonia fatta bene. C’è silenzio perché noi, piccoli studenti, non ancora adolescenti, non più bambini, ci sentiamo traditi da quel professore, uno dei “nostri” è stato punito dal preside, l’unica testimonianza che poteva scagionarlo era del professor Sandro…. poteva, ma non lo fece. Lui è sempre stato uno dei nostri preferiti, come fai ad odiare un uomo che ti insegna la musica? E’ come avercela con quella di educazione fisica… ma siamo matti? Ci fa giocare a pallavolo! Ma qualcosa oggi si è rotto… il tradimento non è tollerato, nemmeno da uno studente ragazzino.

Lui se ne sta lì, seduto sulla cattedra come sempre, ci guarda da dietro i suoi occhialini da vista tondi tondi. Sopra una camicia a fantasia improbabile il solito maglioncino smanicato che non c’entra niente cromaticamente con tutto il resto: i pantaloni cachi, i calzini rosa, i riccioluti capelli grigi. Non parla. Lo sa benissimo cos’è che ci turba. Apre la bocca per un attimo… ma non dice nulla. La richiude. Porta la mano sotto il mento, e con le dita si accarezza il mento con la barba di due giorni. Poi il lampo di genio. Con un piccolo balzo scende dalla cattedra. Inizia a passeggiare tra i banchi. Prende i suoi occhiali tondi tondi e li guarda controluce per vedere lo sporco, li abbassa e se li pulisce con il maglioncino che cromaticamente non c’entra niente con tutto il resto: La pelle chiara, gli occhi marroni e le scarpe beige. Strizza gli occhi, guarda verso il ragazzo che è stato punito. Rimette gli occhiali tondi tondi sul suo naso aquilino e debutta così: “Ragazzi, vi racconto una storia”. Si sistema gli occhiali con un dito, poi continua la passeggiata tra i banchi.

“Un uccellino un bel giorno se la cantava su di un ramo molto alto, era piccolo, ancora non sapeva volare… ed era inverno, c’era vento… e faceva freddissimo! – si avvicina alla finestra mettendo le mani in tasca, poi si appoggia al muro, guarda fuori e continua – ad un tratto una raffica di vento molto forte coglie impreparato il pennuto, che si sbilancia e cade dal ramo. Fiuuuuu – imita il fischio di una caduta in versione cartoon, con la mano destra intanto mima “la caduta” dell’uccello, qualcuno intorno a me ridacchia – BOOM! Si schianta al suolo e si spezza un’ala. Il tempo passa, e l’uccellino proprio non ce la fa a muoversi, il freddo è micidiale, si sente morire. Ma succede qualcosa…” Qui si ferma, fa una lunghissima pausa. In un modo o nell’altro quel 33% di artista che è in lui è riuscito a catturare la nostra attenzione, tutti pendiamo dalle sue labbra. Poi  si ferma davanti la cattedra e prosegue:

“…Una mucca che passava lì per la campagna, quasi lo calpesta passandogli vicino. Si ferma esattamente sopra di lui, mangia un po’ d’erba e rumina, rumina – mima la ruminata con la bocca – poi ad un tratto tutto quel ruminare la stimola, allora… PAFF! Fa una bella cagata che sommerge l’uccellino lì a terra”, nella classe il silenzio viene interrotto bruscamente da una sonora risata di tutti i miei compagni, anche il prof accenna un sorriso. Poi riprende:

Inaspettatamente la cacca della mucca si rivela un toccasana, infatti il calore tiene in vita il povero animaletto, che a fatica tira fuori la testa da quella piccola montagnola di… cacca, la mucca intanto riprende il suo pascolare spensierato. Tutto felice per essere ancora vivo l’uccellino cinguetta allegramente. Ma (c’è sempre un “ma”) il canto dell’uccellino attira un gatto che passava proprio lì vicino in quel momento… si avvicina, tira fuori l’uccellino dalla merda, gli da una ripulita – e qui mima con la sinistra il gesto del gatto che alza l’uccello con la zampa, e con la destra “la ripulita” – lo guarda un attimo e… Gnam, se lo mangia!”

un coro di “che schifo” si alza dai banchi dei maschietti, mentre le femminucce propendono per un più sentimentale: “poverino!!”. Mi guardo un attimo intorno, la classe è in fermento, qualcuno prova addirittura a dare un abbozzo di spiegazione scientifica, qualcuno semplicemente si chiede che c’entrasse con la musica, altri invece aspettano che il professore dia ulteriori spiegazioni, io mi unisco a questi e inizio a scrutare il lungo volto del mezzo musicista.

“La morale di questa storia? Non sempre chi ti mette nella merda ti fa del male… e non sempre chi ti ci toglie lo fa per il tuo bene…”

Una piccola lezione di vita…strana ma indimenticabile.

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