Il quadro

Ogni persona è un’opera d’arte e l’arte è vita. Ogni persona è un quadro magnifico, fatto di tinte forti e sfumature soavi. Chiaroscuri e pennellate delicate. La riproduzione di piccole imperfezioni magnifiche. L’incrocio di linee studiate e tratti appassionati. Il geniale sogno di un creatore, l’incanto cromatico di emozioni e sensazioni. Il compendio perfetto di genio e intuito, calma e rabbia. Sudore ed eleganza. Nel complesso di un dipinto vitale ed enigmatico, un insieme di dettagli misteriosi e incomprensibili, ammaglianti. L’eco di ricordi lontani vissuti un tempo remoto e ormai cristallizzati in macchie di colore stese su di una tela nascosta. L’isteria dell’astratto, l’egocentrismo del cubismo, il razionalismo del naturalismo, niente più niente meno che pennellate di vita.

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Io no

Affacciata a quella finestra guardi l’alba già da un po’. Oggi è il grande giorno e tutto è pronto per la festa. Le stelle nel cielo piano piano si spengono, ed una ad una cedono il passo al timido sole autunnale. I tetti, le antenne e il cubismo della città con il suo abusivismo disordinato, attraverso al vetro, si specchiano nella tua silhouette.

Una ballerina è abituata alla pressione, ad affrontarla con leggerezza, esorcizzandola meccanicamente in gesti provati e riprovati fino a farli diventare parte di di un’armonia generale e accattivante, fino a farli diventare parte di sé; e poco importa se la stanchezza o la sofferenza colpiscono ossessivamente ai fianchi per farla fermare, fin quando la musica suona non c’è tempo per pensare. Sarebbe bello prendere tutte le paure chiuderle dentro una scatola e proseguire a cuor leggero, ma non sempre è così facile andare avanti, infatti è proprio il cuore il baule per le nostre paure. Respiri profondamente, è buono l’odore del caffè di prima mattina, in realtà non cambia mai, ma appena svegli sembra avere qualcosa in più… è come il calcio d’inizio per un partita di calcio, è un tocco di palla come tutti gli altri, eppure è speciale. Ti piace respirarne l’odore col naso dentro la tazzina mentre lo bevi, ti piace sospirare a lungo nella tazzina e sentire il calore del caffè salire verso gli occhi.

Arrivata alla festa tutti ti hanno fatto un applauso, tutti hanno alzato il bicchiere, sorrisi, foto e tanta allegria, tanto baccano. Poi per un istante, un lungo attimo di silenzio, il tempo di un respiro, e ti sei accorta che io non c’ero… ti sei guardata attorno e poi in camera, al parco, al bar… io non c’ero. E allora, immagino, visto che non c’ero, che per un attimo, il tempo di un pensiero, ti sei abbandonata alla tentazione di fermare la tua danza, di scendere dalle punte e cedere alle pressioni, nonostante il pubblico, nonostante la musica, nonostante tutto… ma poi… hai inspirato… e tutto è finito. E’ tornato il sorriso è finito il pensiero.

E come potrei ora raggiungerti? Abbandonare tutto e sperare, guardandoti negli occhi, che mi restituisca la chiave dei miei sogni, il battito del mio cuore, il calore del sangue nelle mie vene, l’ultimo pensiero notturno. Finché la musica prosegue tu non ti fermerai, e allora io preferisco non ascoltarla, quella musica. Io non c’ero e non ci sarò.

Per Merisi ci siam uccisi!

Molti media ne hanno parlato, le foto della fila chilometrica, fuori dalle scuderie del quirinale, sono apparse su molti giornali… ma dopo le prime 3 settimane di esposizione uno si convince che alla mostra di Caravaggio (iniziata il 20 Febbraio scorso) non ci sarà poi tantissima fila… sbagliato! Specialmente se ci vai di sabato mattina. Armati di pazienza e voglia di immergersi nell’arte del grande artista, io e il mio amico Emanuele abbiamo pazientemente aspettato di poter entrare dopo più di 2 ore di fila! Alla fine mi ero quasi affezionato alle persone che ci precedevano e ci seguivano nella fila!

Nell’attesa si inganna il tempo come si può, si chiacchiera (ma dopo 2 ore gli argomenti iniziano a scarseggiare), ci si guarda intorno (e qui tra manifestanti col bandierone del PD pronti ad invadere Piazza del Popolo, e e turiste bionde e bellissime, la cosa è stata abbastanza impegnativa)e poi ci abbronza sotto un sole cocente nonostante la temperatura relativamente bassa… intorno c’è chi legge, chi si bacia col fidanzato, chi fissa la nuca di chi gli sta davanti.

Michelanego Merisi detto “il Caravaggio” sulla banconota da 100.000

2 biglietti e… si inizia! Si inizia col botto tra l’altro. Infatti il pezzo pregiato della mostra, elevato ad icona dell’evento, è proprio nella prima sala di esposizione. Si tratta della leggendaria canestra di frutta, per la prima volta concessa ad una mostra esterna dalla Pinacoteca Ambrosiana. Il realismo con cui questa natura morta è rappresentata è veramente spaventoso… le foglie rattrappite, l’uva lucida, le ammaccature dei frutti… impressionante. Interessante sopratutto, per chi ha fede come me, scorgere nei dipinti del Caravaggio, le numerosissime metafore cristiane presenti nell’opera; i frutti scelti per la composizione, ad esempio, sono direttamente ispirati al cantico dei cantici. Ma l’opera diventa anche un’analisi della vita, il canestro, non a caso in bilico e con dei frutti imperfetti, ammaccati e con delle foglie morte, rappresenta la vita umana, così instabile e imperfetta, così vana e passeggera se pur bellissima, e la luce così calda e radiosa, proveniente dall’alto, non a caso lo sfondo è dorato verso l’alto, ci ricorda come la presenza di Dio sia sempre su di noi. Non dimentichiamo che questi quadri erano destinati ad uomini di chiesa e che quindi il messaggio cristiano era sempre inserito nelle opere. Nella stessa sala si trova il ragazzo con la canestra di frutta, cesta molto simile, ma sistemata nell’abbraccio di un giovane. Nella sala tutti vogliono avvicinarsi il più possibile per scorgere al meglio le due opere, spesso infatti suona “l’allarme” (fastidiosissimo) che indica l’eccessiva vicinanza al quadro. Io e Manu proseguiamo rapiti dalla bellezza della pittura…

Solitamente tendo ad informarmi prima di andare ad una mostra, per sapere almeno le opere che vedrò, questa volta non l’ho fatto, un po’ per la decisione presa così “al volo” un po’ per godermi a sorpresa la grandezza di uno dei pittori più bravi e popolari della storia. Non passa molto tempo infatti prima che rimanga nuovamente senza fiato… nella seconda sala mi “imbatto” immediatamente in uno dei miei quadri preferiti di Caravaggio: Riposo durante la fuga in Egitto, in cui viene rappresentata un momento di pausa della famiglia di Gesù, ancora bambino, mentre viaggia verso l’Egitto per sfuggire ad Erode. I dettagli, le note sullo spartito, i colori, la trasparenza del velo che copre l’angelo… il terriccio, e lo sfondo, uno dei pochi quadri di Caravaggio in cui possiamo intravedere un paesaggio. La mostra continua tra un colpo di scena e l’altro: il Bacco, con i dettagli del vetro e le vibrazioni del vino. I bari con la sua espressività divertente e spiccata. L’Amor vincitore,  i musici e i tanti quadri che raccontano episodi biblici… come la conversione di Saulo su tavola, un’opera che dal vivo ho apprezzato tantissimo, bellissimi i colori e incredibile la composizione (anche qui si intravede uno sfondo) la plasticità dei soggetti… la deposizione , altra opera imponente per dimensioni e composizione, con la sempre incredibile cura dei particolari, con il volto di Maria ormai arreso e depresso al dolore. La famosissima cena di Emmaus, che già avevo visto a Londra, con il suo carico emotivo che rende partecipe della discussione in atto anche chi guarda il quadro, con la cesta di frutta gemella alla prima che abbiamo visto. Poi ancora la cattura di Cristo nell’orto, con il suo effetto di movimento e la perfetta illuminazione interna con tanto di autoritratto del Merisi all’interno dell’opera. Autoritratto ancora presente nel David con la testa di Golia in mano in cui Caravaggio si ritrae nella testa del gigante Golia, ancora a sottolineare la propria colpa, tra l’altro Merisi fu accusato di Omicidio e condannato a morte, motivo per cui fuggì da Roma, e qualcuno vede in questo quadro un richiamo alle sue vicende personali. E tante altre opere ancora… che spero avrete la possibilità di visitare fino al 13Giugno.

Alla fine, dopo tutto il tempo passato per entrare, oltre al tragitto per raggiungere le scuderie del quirinale e la relativa stanchezza, sono uscito pienamente soddisfatto, ho avuto modo di vedere veramente una CARIOLATA DI CAPOLAVORI provenienti da tutto il mondo e che raramente avrei avuto modo di poter vedere tutti dal vivo. Un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è anche l’utilizzo delle storie della Bibbia per applicarle alla propria vita, per farne una critica dell’arte e della società… un esempio straordinario di come le storie presenti nella Bibbia possano essere spunto di riflessione e cambiamento nella vita di tutti noi.

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Finalmente si inizia! Si inizia alla grande tra l’altro. Infatti il pezzo pregiato della mostra, elevato ad icona dell’evento, è proprio nella prima sala di esposizione. Si tratta della leggendaria canestra di frutta, per la prima volta concessa ad una mostra esterna dalla Pinacoteca Ambrosiana. Il realismo con cui questa natura morta è rappresentata è veramente spaventoso… le foglie rattrappite, l’uva lucida, le ammaccature dei frutti… impressionante. Interessante sopratutto, per chi ha fede come me, scorgere nei dipinti del Caravaggio, le numerosissime metafore cristiane presenti nell’opera; i frutti scelti per la composizione, ad esempio, sono direttamente ispirati al cantico dei cantici. Ma l’opera diventa anche un’analisi della vita, il canestro, non a caso in bilico e con dei frutti imperfetti, ammaccati e con delle foglie morte, rappresenta la vita umana, così instabile e imperfetta, così vana e passeggera se pur bellissima, e la luce così calda e radiosa, proveniente dall’alto, non a caso lo sfondo è d’orato verso l’alto, ci ricorda come la presenza di Dio sia sempre su di noi.

Tra sogni e realtà

“qui soffocherò presto” pensava, allargandosi col dito il colletto della camicia stretta dalla cravatta. Davanti a lui lo schermo piatto di un computer di ultima generazione; come immagine di sfondo la foto dell’ultima vacanza, la fissava attentamente come a poter riviverla con la forza del pensiero. La luce bianca e fastidiosa del neon evidenziava con crudeltà l’assenza di finestre all’interno della stanza. Fogli sparsi un po’ ovunque sulla scrivania ricordavano vagamente il caos delle sue idee in quel momento, il disordine nella sua vita. La sua maledizione era il ricordo di un posto lontano, di una vita diversa, di ambizioni umane e non aziendali. Il ronzio della ventola coperto dal suono dei suoi pensieri, le onde del mare, il rumore del vento; i piedi stretti in scarpe strette e lucide proprio non ricordavano quella sabbia finissima e le lunghe passeggiate scalzo. Sogni si accalcavano nei suoi occhi, sembrava quasi di sentirlo l’odore del mare da dentro quell’ufficio, il sapore del sale sulle labbra, istintivamente si leccò i baffi, come se quel sale lo potesse sentire sul serio. Troppi sogni tutti insieme, a discapito di una realtà da incubo, fanno male… e così sugli occhi un velo di lacrime, un insopportabile utopia. Sogni che passano, fuggono, se ne vanno per sempre… come un fiume in piena, impetuoso, maestoso, spaventoso.  Le mani sul volto a destarsi, un respiro profondo. Meglio fare due passi. Nel lungo corridoio aveva la sensazione di trovarsi in un buker, centinaia di metri sotto terra. Gli altri colleghi sembravano una manica di zombie, automi che ciclicamente svolgono le stesse mansioni, a volte si fa fatica a capire quale dei due sia la macchina, quella con la tastiera, o quella davanti lo schermo…. i click del mouse, il rumore delle tastiere pigiate, il suono di sogni infranti, di vite sacrificate ad un ideale da quattro soldi come la plastica che circonda tutti quegli aggeggi elettronici, e per giunta di qualcun altro. L’odore di sigaretta, il rumore della macchina del caffè, le bestemmie del principale… quanti modi ha l’uomo per mentire a se stesso, e per distrarsi da una vita avara di motivazioni? Appoggiò il braccio su l’unica finestra del corridoio, e poi ci si abbandonò anche con la testa… da lì vedeva il parcheggio, il cemento, l’asfalto… guardò l’orizzonte, con la vana speranza di sognare il mare… c’era solo smog. In lui una domanda profonda e lacerante: “sono stato creato per questo?”

La ragazza del muretto

Non era solo una questione di estetica, no, no anzi l’estetica era uno dei metri di giudizio che per ultimo sembrava  bussare ai suoi occhi; per carità quella ragazza appoggiata al muretto in attesa dell’autobus davanti a lui, che svogliatamente si appoggiava al palo della fermata, era veramente un angelo, ma non si trattava di questo. Era la sua fantasia che per prima cosa gli saltò agli occhi, non ci aveva mai scambiato una parola, eppure lo sapeva, lei era una creativa, una donna piena di fantasia, era evidente guardando la luce nei suoi occhi accendersi leggendo le pagine del libro che costantemente teneva in mano nell’attesa; come la luna si specchia nel sole per poter brillare, così i suoi occhi nocciola, profondi e visionari, riflettevano un mondo che solo lei riusciva a vedere davanti a se. Il suo sorriso spontaneo e imperfetto era la cosa che più di tutte si era impressa nella sua mente, la notte spesso era l’ultimo pensiero cosciente prima di abbandonarsi a sogni che avevano sempre lei come protagonista e che lui aveva l’impressione di non dimenticare mai al risveglio, non come tutti quelle altre banalissime fantasie notturne su chissà quali altri soggetti accatastati lì nelle nostre menti senza un motivo apparente. Il trucco raramente  sfoggiato, e comunque sempre e solo accennato, per esaltare i suoi lineamenti essenziali, le scarpe basse, i vestiti vissuti e soggetti ad una moda solo ed esclusivamente sua, le mani delicate che nello sfogliare le pagine sembravano scandire le note di un’arpa, la sciarpa colorata intorno al collo con il riflesso del tiepido sole invernale creava una cornice che ne esaltava la pelle candida, la voce spezzata dalla timidezza anche solo per rispondere a qualcuno che chiedeva l’ora, il naso all’insù, i capelli castani ricci e selvaggi di cui segretamente lui studiava la trama che lo riconducevano, come piccole scale a chiocciola, al suo viso così bello e vivo, come un quadro di Monet…

Mentre la pioggia iniziava a cadere, mentre il sole splendeva, mentre tutti correvano, mentre non si muoveva una foglia, lei era sempre lì in un mondo esclusivamente suo e in cui lui ogni notte sognava di entrare, ma da cui ogni mattina sistematicamente usciva quando la vedeva lì appoggiata ad un muretto con un libro in mano, troppo bella per non essere un sogno.

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Un tubetto di ricordi…

No alla casta! Sì alla pasta! Grazie capitano! 🙂

Un ricordo lo si associa spesso ad una immagine vista, ad un odore respirato, ad una canzone… e perché no? Ad un sapore. Quel meraviglioso sapore che può avere una cena insieme, un piatto squisito… eppure di te ho un ricordo proprio strano. Non una poetica immagine, una musica soave… ma un sapore, il sapore del tuo dentifricio. Strano… strano fino ad un certo punto. Perché in fin dei conti sono le piccole cose il segnale più evidente di una conoscenza profonda. Tutti sappiamo le cose più importanti di una persona, di un fatto… sappiamo che Cristoforo Colombo “scoprì” l’America, che era il 1492, che era nato a Genova… ma non sappiamo che numero di scarpe portasse, quale fosse il suo ricordo più bello, la paura più grande, o che marca di dentifricio avrebbe usato se fosse vivo oggi! Sono i dettagli quelli che fanno la differenza. Tutti di te riconoscono il profumo, il colore dei capelli, ricordano il suono della tua voce; qualcuno conosce i tuoi segreti, le tue ambizioni e ha sentito raccontare più volte i tuoi sogni. Ma in quanti sanno che dentifricio usi? No, veramente… in quanti? Il numero cala vertiginosamente. Perché questi sono quei piccoli grandi innocentissimi segreti che ognuno di noi ha… e che io conosco di te, perché con te ho vissuto, con te ha sofferto, con te mi sono svegliato. Lo ammetto, mi fa un po’ strano pensare a te ogni volta che sento il sapore della “pasta del capitano” ma che ci posso fare? Davanti ad uno specchio, stordito dal sonno mattutino, o stanco per una lunga giornata, fisso il mio riflesso con lo spazzolino in bocca, e dente dopo dente, rivedo quei mille momenti insieme. Ricordi indissolubili sempre freschi… e alla menta, nella mente. E’ buffo guardarmi in pigiama con la schiuma bianca alla bocca, esattamente come da bambino, e sentire il suono delle setole tra i denti mentre nella testa rivedo quelle scene a casa tua, prima di andare a dormire dopo serate divertenti, dopo serate noiose, dopo serate normali. Dettagli che solo io, e pochissimi altri, possiamo sapere… sapore di menta e fluoro. Ridacchio e apro l’acqua. Mi sciacquo la bocca, mi riguardo allo specchio… quel sorriso ebete di chi sta pensando ad un bel ricordo è rimasto lì, sulle mie labbra. Non è poi così male ricordarsi di te tre volte al giorno…

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In ascolto…

Cosa ci posso fare se tutto quello che è intorno a me mi parla di te? La luce del sole che scalda la mia pelle nel gelo di un mattino invernale e lentamente scioglie il ghiaccio su ogni strada, il soffio gelido dell’aria mattutina che sveglia i miei sensi e i miei pensieri e che sembra entrarmi nei polmoni ad ogni boccata d’aria. Tutto mi parla di te… lo sguardo di quella ragazza assorta nei suoi pensieri mentre aspetta l’autobus alla fermata, il riflesso del cielo nell’acqua. Mi guardo attorno e sono circondato: il sorriso di un anziano, il saluto di un amico, la corsa forsennata di un bambino… tutto mi ricorda che ci sei, e stai con me. Persino il dolore ha smesso da tempo di urlarmi contro le sue maledizioni e ha iniziato a sussurrare parole su di te, il futuro mi parla di te, il presente mi parla di te, il passato è la prova che tu mi parlerai ancora. Ci sei e ci sarai sempre, lo so. Lo vedo nell’azzurro del cielo che si specchia nei miei occhiali, in ogni frase che mi piace di una canzone, nei capitoli dei libri, nelle grandi scene al cinema, tu ci sei. Mi parla di te la più bella opera d’arte e il suono del sassofono, mi parla di te il rumore dei miei pensieri e il battito assordante del mio cuore prima di dormire la sera. Mi ricorda che ci sei il sapore dell’acqua, l’odore dell’aria, il suono della mia voce. Mi parla di te il mio brutto carattere, il mio sorriso e le mie fossette. Mi parlano di te i miei amici la mia famiglia e ogni sguardo che incrocio nelle lunghe passeggiate. Mi parla di te la voglia di camminare, il bisogno di fermarsi, la necessità di andare avanti. Gridano di te il coraggio, la tenacia, la voglia, la forza e l’estro. Anche le stelle a collegarle tutte scrivono il tuo nome e la luna riflette la tua luce. In ogni risata, in ogni giorno speciale, in ogni persona che sta perdendo la speranza, in ogni crisi adolescenziale, in ogni viaggio… io sento che ci sei e che tutto non può non parlarmi di te. Il sogno più bello, l’incubo più assurdo, la sete e la fame, la fatica e la voglia di fare mi parlano di te. Il piede che tocca il freddo pavimento la mattina e mi ricorda che per un altro giorno almeno sono ancora qua ad ascoltare il mondo parlarmi di te.

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