La nave e il suo equipaggio

In un porto indefinito, in un paese lontano, su un mare qualunque, una piccola imbarcazione sta caricando gli ultimi viveri e casse prima di partire alla volta del mare aperto. A bordo un manipolo di uomini, che definire loschi sarebbe un complimento, si danno da fare per sistemare tutto prima della partenza; chi pulisce, chi carica, chi sistema gli impianti. Scarti della società, emarginati, ricercati, uomini senza futuro. Ognuno di loro ha preso il proprio passato, l’ha legato con catene spesse come il rimorso attorno ad un peso, una pietra, una lastra di cemento, una solitudine incessante, e l’ha gettato in quel mare immenso, quieto e folle, saggio e sconsiderato, amorevole e rancoroso, che perdona e ti odia e che sopratutto non ti guarda mai in faccia, non ti chiama per nome e non vuole niente da te se non il rispetto che gli è dovuto. Uomini con un cuore addormentato, anestetizzato, spesso stordito dall’alcool. Cuori feriti che con il sale del mare bruciano come l’inferno, ma che con il gelo della tempesta trovano sollievo e redenzione. Cuori che spesso fingono di non avere pur di non ricordare il proprio passato. Nessuno domanda, nessuno vuole sapere perché l’altro sia lì, non perché non ci sia curiosità, ma per la tremenda paura di sentirsi rigirare la domanda; “come stai?” a volte può essere una domanda più sconvolgente di mille rivelazioni.

A guidarli un capitano troppo silenzioso per essere vero, “l’importante è arrivare a destinazione” è una delle poche cose che molti dei suoi uomini gli abbiano mai sentito dire, nel suo sguardo tutta la fierezza di un uomo che ha ripetutamente battuto la morte in un gioco che spesso avrebbe voluto perdere. A guardarlo si capisce perfettamente che non c’è bisogno di parlare molto per essere un leader, basta il suo sguardo, glaciale, distaccato, penetrante, come in grado di comunicare con ogni anima che incontra, il dolore è il suo linguaggio, la base comune che gli permette di capire ogni uomo del suo equipaggio. Sembra cattivo, non lo è, sembra insensibile, non lo è, sembra rude, in realtà è solo un uomo che ha deciso di non parlare più senza una ragione, perché per lui la vita ormai è un lusso, un extra che non era previsto e a cui lui non ha più nulla da dire. Mangia solo e raramente, beve molto ma come per una maledizione non riesce proprio a stordire quel cuore che dentro di lui grida incessantemente. I suoi dialoghi più belli sono quelli che fa col mare, spesso lo si può vedere sul ponte, fuori dalla sua cabina, a fissare le onde, e in quel momento, solo ed esclusivamente in quel momento, il suo sguardo si scioglie, per un attimo diventa umano, per qualche istante sembrerebbe proprio un padre di famiglia,  un amico fidato, un uomo felice.

Quello che vede con gli occhi quando fissa il mare nessuno lo sa, e con nessuno mai ne parlerà… ma io penso di saperlo. Era notte, mesi fa, stavamo tornando da un viaggio in Asia, dopo giorni di tempesta finalmente eravamo arrivati una zona tranquilla, era stata una settimana massacrante, tutti noi dormivamo, ma io ebbi un incubo così mi alzai per prendere una boccata d’aria, ma ancor prima di mettere il piede fuori dalla porta, intravidi il capitano sul ponte, in mano un fogliettino che fissava incessantemente, lo guardai meglio… era una foto. Nella foto c’era lui con una bambina, ridevano… guardai nei suoi occhi, stava piangendo, calde lacrime rigavano la sua freddezza, tracce di emozioni apparivano dietro quella pelle dura e temprata in anni di battaglie, poi si asciugò gli occhi, li chiuse per lunghi attimi, alzò lo sguardo verso di me, e mi vide… gli occhi erano tornati gelidi come sempre, mi fissò un attimo, poi riguardò la foto, allungò il braccio fuori dalla ringhiera del ponte e la lasciò cadere nel mare. Poi si avvicinò verso di me, che intanto ero uscito allo scoperto, mi guardò. Io non ebbi il coraggio di dire niente. Come niente se ne andò. Sapevo di essermi guadagnato l’unica “emozione” che era capace di esprimere benissimo: l’indifferenza.

La nave, in finale, partì alla volta di nuove avventure, senza certezze, senza sicurezze, senza sapere quello che avrebbe incontrato nel viaggio, proprio come non lo sa ogni uomo tutte le mattine quando apre gli occhi.

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One thought on “La nave e il suo equipaggio

  1. Cmq le storie sono il tuo forte.. nn fraintendermi sei bravo anke a riportare fatti di cronaca o scrivere di problemi sociali.. ma secondo me la narrativa è il tuo forte.. mi ha fatto lo stesso effetto del mercante arabo e del tipo che lavorava nel cantiere.. bella cì.. continua così!

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