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Settimana della famiglia, l’adolescenza.

febbraio 9, 2010

II giornata della “Settimana della Famiglia” : l’Adolescenza

Dina e Sichem, Ammon e Tamar”. Chi sono Dina e Sichem e Ammon e Tamar? Possiamo trovare le loro storie nella Bibbia, nel vecchio testamento, e più esattamente in Genesi 34 e 2 Samuele 13:29. Queste due storie sono veramente crude, forse

tra le più drammatiche di tutta la Bibbia, infatti sono due storie di ragazzi, di giovani, due storie di violenza, di stupro e infine di morte. Sono tuttavia drammaticamente attuali, basti pensare alle notizie che ogni giorno possiamo ascoltare in qulsiasi TG. I giovani sono una risorsa fondamentale in qualsiasi ambito della società, sono il futuro, ed è quindi importantissimo tutelarli e riuscire a garantire ad ognuno una corretta formazione e una crescita sana, con principi e ideali forti. Questo compito appartiene per lo più alla cellula fondamentale della società: la famiglia.

La famiglia infatti è l’unica istituzione in grado di garantire ad un giovane una formazione di cui anche la società potrà godere. Per farlo è assolutamente necessario porre delle basi solide, che possano servire nel corso della vita di ogni ragazzo, a dargli una stabilità ed una consapevolezza che lo tengano lontano da situazioni di pericolo o dannose, quello che si insegna ad un giovane, insomma, sarà la base per la vita dell’uomo che diventerà. Anche la Bibbia insegna chiaramente questo concetto, così in Proverbi 22:6 possiamo leggere:

Ammaestra il fanciullo sulla via da seguire, ed egli non se ne allontanerà neppure quando sarà vecchio.

Tuttavia anche questa “semplice” e naturale azione di protezione dei figli, oggigiorno, sembra diventata impossibile nella complessa situazione sociale in cui ci troviamo, con genitori spesso costretti a lavorare e presi da mille situazioni, che praticamente “scaricano” i ragazzi da nonni, zii, cugini, amici e talvolta li lasciano anche soli, in balia di cattive amicizie. Ma questo non è naturale, il giovane ha bisogno di essere seguito, ha insomma bisogna di una figura che lo educhi e lo limiti, infatti sempre in Proverbi 22:15 troviamo scritto:

La follia è legata al cuore del fanciullo, ma la verga della correzione l’allontanerà da lui.

Con questo si intende che il cuore umano tende naturalmente verso il “proibito” se non viene opportunamente educato, la ribellione è insita nel nostro cuore. La responsabilità di educare spetta ai genitori, questa è la loro funzione sociale, e questo è il motivo per cui Dio affida le nuove generazioni alla cura dei genitori, questo è rappresentato dalla “verga” che ha un triplice significato, anche in virtù delle diverse traduzioni possibili dall’originale ebraico. Da una parte è il simbolo dell’educazione, della disciplina (non ovviamente che la Bibbia insegni a percuotere i figli!), ancora significa “canna, stecca” e suggerisce l’idea dello stecco che viene utilizzato per far crescere dritte le piante prima che mettano radici, ed infine significa “scettro” e rappresenta l’autorità che i genitori devono esercitare sui propri figli, questo non significa padroneggiare sulla prole ma essere in grado di dire anche “no” quando necessario e di non soccombere sempre e comunque al viziare i figli.

La presenza dei genitori nella vita dei figli insomma è assolutamente necessaria e indispensabile. Ma questa spesso viene a mancare in nome di un’apparente necessità economica che nella maggior parte dei casi, però, è sinonimo più di consumismo che di un reale bisogno, si tratta spesso di scuse, di scelte ben precise insomma. Basta fermarsi un attimo e valutare se veramente quei soldi in più, di solito causa dell’assenza, sono così necessari o si potrebbero sacrificare in nome dell’amore per i figli, basta dare un’occhiata in casa propria per rendersi conto come il consumismo sia spesso messo prima dei figli: abiti firmati, scarpe mai utilizzate, pc sempre aggiornatissimi, cellulari di ultima generazione, ecc… sono l’esempio perfetto di cose di cui potremmo benissimo fare a meno per dedicare più tempo alla famiglia. Guardiamo un attimo ai nostri padri, ai nostri nonni, persona semplici, che non vivevano nel benessere eppure erano felici, soddisfatti della vita, non avevano depressioni, non avevano scompensi emotivi, e hanno cresciuto famiglie numerosissime con poche risorse.

Non sottovalutiamo l’importanza dei genitori nella vita dei figli, la presenza costante, l’aiuto e il supporto. Le storie che abbiamo letto hanno per protagonisti ragazzi “per bene”, cresciuti in famiglie sane, proprio come spesso capita di leggere sui giornali. Com’è possibile? Bullismo, fumo, droga, violenze sessuali, suicidi (un recente sondaggio sosteneva che il 25% dei giovani pensi almeno una volta suicidio, numeri spaventosi) dovuti alla noncuranza di genitori distratti a lavorare con la scusa di dover lasciare qualcosa ai figli, mentre la cosa più preziosa da lasciare loro sarebbero ideali, principi e una formazione su cui costruire la propria vita. Ragazzi spesso abbandonati che fanno del “gruppo” il loro unico punto di riferimento, e, in assenza di ideali, il loro unico scopo di vita. Ragazzi senza ideali che soccorrono altri ragazzi senza ideali. In tutto questo le famiglie dove sono? E’ di queste il ruolo di aiutare a scegliere le amicizie, a capire i valori della vita, l’importanza dell’integrità.

Dio ci ha lasciato dei chiari insegnamenti riguardo alla cura dei figli, su come proteggerli, su come passare tempo con loro, su come non abbandonarli alla TV, a internet, ma di seguirli di istruirli, valorizzarli ed educarli. La Bibbia ci dice in 1Re 1:6 che Davide non sapeva dire di “no” ai propri figli, e questo fece di lui un pessimo genitore che ha dovuto assistere a stragi familiari pesantissime. L’amore, con l’educazione ed il sostegno sono tutto ciò di cui i ragazzi hanno bisogno, e la famiglia è l’unica istituzione che può aiutarli in questo.

scritto per: www.buonanotizia.org

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Un tubetto di ricordi…

febbraio 3, 2010

No alla casta! Sì alla pasta! Grazie capitano! :)

Un ricordo lo si associa spesso ad una immagine vista, ad un odore respirato, ad una canzone… e perché no? Ad un sapore. Quel meraviglioso sapore che può avere una cena insieme, un piatto squisito… eppure di te ho un ricordo proprio strano. Non una poetica immagine, una musica soave… ma un sapore, il sapore del tuo dentifricio. Strano… strano fino ad un certo punto. Perché in fin dei conti sono le piccole cose il segnale più evidente di una conoscenza profonda. Tutti sappiamo le cose più importanti di una persona, di un fatto… sappiamo che Cristoforo Colombo “scoprì” l’America, che era il 1492, che era nato a Genova… ma non sappiamo che numero di scarpe portasse, quale fosse il suo ricordo più bello, la paura più grande, o che marca di dentifricio avrebbe usato se fosse vivo oggi! Sono i dettagli quelli che fanno la differenza. Tutti di te riconoscono il profumo, il colore dei capelli, ricordano il suono della tua voce; qualcuno conosce i tuoi segreti, le tue ambizioni e ha sentito raccontare più volte i tuoi sogni. Ma in quanti sanno che dentifricio usi? No, veramente… in quanti? Il numero cala vertiginosamente. Perché questi sono quei piccoli grandi innocentissimi segreti che ognuno di noi ha… e che io conosco di te, perché con te ho vissuto, con te ha sofferto, con te mi sono svegliato. Lo ammetto, mi fa un po’ strano pensare a te ogni volta che sento il sapore della “pasta del capitano” ma che ci posso fare? Davanti ad uno specchio, stordito dal sonno mattutino, o stanco per una lunga giornata, fisso il mio riflesso con lo spazzolino in bocca, e dente dopo dente, rivedo quei mille momenti insieme. Ricordi indissolubili sempre freschi… e alla menta, nella mente. E’ buffo guardarmi in pigiama con la schiuma bianca alla bocca, esattamente come da bambino, e sentire il suono delle setole tra i denti mentre nella testa rivedo quelle scene a casa tua, prima di andare a dormire dopo serate divertenti, dopo serate noiose, dopo serate normali. Dettagli che solo io, e pochissimi altri, possiamo sapere… sapore di menta e fluoro. Ridacchio e apro l’acqua. Mi sciacquo la bocca, mi riguardo allo specchio… quel sorriso ebete di chi sta pensando ad un bel ricordo è rimasto lì, sulle mie labbra. Non è poi così male ricordarsi di te tre volte al giorno…

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Un’altra storia d’amore

febbraio 2, 2010

Continua la serie di video fatti in casa… questo in particolare per un evento: la settimana della famiglia.

Un incontro fortuito, un feeling immediato, una storia d’amore, due vite che si uniscono, il matrimonio e poi? solo un’altra storia d’amore? O è veramente UN’ALTRA STORIA d’amore?

buona visione

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In ascolto…

gennaio 31, 2010

Cosa ci posso fare se tutto quello che è intorno a me mi parla di te? La luce del sole che scalda la mia pelle nel gelo di un mattino invernale e lentamente scioglie il ghiaccio su ogni strada, il soffio gelido dell’aria mattutina che sveglia i miei sensi e i miei pensieri e che sembra entrarmi nei polmoni ad ogni boccata d’aria. Tutto mi parla di te… lo sguardo di quella ragazza assorta nei suoi pensieri mentre aspetta l’autobus alla fermata, il riflesso del cielo nell’acqua. Mi guardo attorno e sono circondato: il sorriso di un anziano, il saluto di un amico, la corsa forsennata di un bambino… tutto mi ricorda che ci sei, e stai con me. Persino il dolore ha smesso da tempo di urlarmi contro le sue maledizioni e ha iniziato a sussurrare parole su di te, il futuro mi parla di te, il presente mi parla di te, il passato è la prova che tu mi parlerai ancora. Ci sei e ci sarai sempre, lo so. Lo vedo nell’azzurro del cielo che si specchia nei miei occhiali, in ogni frase che mi piace di una canzone, nei capitoli dei libri, nelle grandi scene al cinema, tu ci sei. Mi parla di te la più bella opera d’arte e il suono del sassofono, mi parla di te il rumore dei miei pensieri e il battito assordante del mio cuore prima di dormire la sera. Mi ricorda che ci sei il sapore dell’acqua, l’odore dell’aria, il suono della mia voce. Mi parla di te il mio brutto carattere, il mio sorriso e le mie fossette. Mi parlano di te i miei amici la mia famiglia e ogni sguardo che incrocio nelle lunghe passeggiate. Mi parla di te la voglia di camminare, il bisogno di fermarsi, la necessità di andare avanti. Gridano di te il coraggio, la tenacia, la voglia, la forza e l’estro. Anche le stelle a collegarle tutte scrivono il tuo nome e la luna riflette la tua luce. In ogni risata, in ogni giorno speciale, in ogni persona che sta perdendo la speranza, in ogni crisi adolescenziale, in ogni viaggio… io sento che ci sei e che tutto non può non parlarmi di te. Il sogno più bello, l’incubo più assurdo, la sete e la fame, la fatica e la voglia di fare mi parlano di te. Il piede che tocca il freddo pavimento la mattina e mi ricorda che per un altro giorno almeno sono ancora qua ad ascoltare il mondo parlarmi di te.

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Giornata della memoria

gennaio 27, 2010

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.

Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi)

————————————————————————————————

Il termine olocausto (dal greco holos “completo” e kaustos “rogo”) è stato introdotto alla fine del XX secolo per riferirsi al genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte quelle persone ed etnie ritenute “indesiderabili” (omosessuali, ebrei, oppositori politici, zingari, testimoni di geova, pentecostali, ecc.)

(wikipedia)

MILIONI DI MORTI.

A tutti quelli che ancora hanno il coraggio di odiare in base a: nazionalità, credo, politica e idee:

SPESSO ABBIAMO LA MEMORIA TROPPO CORTA.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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Un pezzetto di Dio

gennaio 26, 2010

pittore

Penso che fermarsi a parlare con le persone sia una delle più grandi scuole che una persona possa fare. La nostra società è egocentrica, ognuno pensa a se stesso e adora il proprio ego, ognuno pensa di non avere bisogno di nessun altro all’infuori di se stesso. Così l’amore diventa un bisogno di attenzione, l’amicizia un bisogno di essere ascoltato. Ascoltare è una ricchezza rara, capire gli altri è qualcosa di ancora più eccezionale. Una volta mi sono fermato a parlare con un’artista, un pittore bravissimo, fuori al suo negozietto un tavolo e dei bicchieri sempre vuoti col fondo rossastro… 4 sedie e sempre qualche amico con cui chiacchierare, con cui ridere, con cui condividere la vita, un bicchiere dietro l’altro, una risata dietro l’altra… di storia in storia.

Una volta, seduto con lui, iniziammo a parlare di Dio. Condivise con me una teoria, di non ricordo quale filosofia, “Io penso che Dio sia in ognuno di noi, o meglio ognuno di noi ha un riflesso di Dio dentro di sè… facendoci diventare “dèi” a nostra volta… ma tutto, dico… persone, alberi, animali… tutta la natura è un piccolo dio”. In realtà non condivido a pieno il pensiero, perché non credo che tutti siamo dèi, ma una cosa di questa teoria la faccio mia: Un pezzetto di Dio è presente in ognuno di noi. In ogni parte della creazione, come quando un’artista crea un’opera d’arte meravigliosa e lascia il proprio stile, la propria creatività, il proprio vissuto all’interno dell’opera stessa. Ognuno di noi ha un indizio che porta allo stesso Padre, alla stessa mente, a Dio. Per questo è importante stare insieme, non abbandonarsi mai ed ascoltare gli altri, perché per arrivare alla completezza più totale di Dio abbiamo bisogno di più pezzi possibile!

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La nave e il suo equipaggio

gennaio 21, 2010

In un porto indefinito, in un paese lontano, su un mare qualunque, una piccola imbarcazione sta caricando gli ultimi viveri e casse prima di partire alla volta del mare aperto. A bordo un manipolo di uomini, che definire loschi sarebbe un complimento, si danno da fare per sistemare tutto prima della partenza; chi pulisce, chi carica, chi sistema gli impianti. Scarti della società, emarginati, ricercati, uomini senza futuro. Ognuno di loro ha preso il proprio passato, l’ha legato con catene spesse come il rimorso attorno ad un peso, una pietra, una lastra di cemento, una solitudine incessante, e l’ha gettato in quel mare immenso, quieto e folle, saggio e sconsiderato, amorevole e rancoroso, che perdona e ti odia e che sopratutto non ti guarda mai in faccia, non ti chiama per nome e non vuole niente da te se non il rispetto che gli è dovuto. Uomini con un cuore addormentato, anestetizzato, spesso stordito dall’alcool. Cuori feriti che con il sale del mare bruciano come l’inferno, ma che con il gelo della tempesta trovano sollievo e redenzione. Cuori che spesso fingono di non avere pur di non ricordare il proprio passato. Nessuno domanda, nessuno vuole sapere perché l’altro sia lì, non perché non ci sia curiosità, ma per la tremenda paura di sentirsi rigirare la domanda; “come stai?” a volte può essere una domanda più sconvolgente di mille rivelazioni.

A guidarli un capitano troppo silenzioso per essere vero, “l’importante è arrivare a destinazione” è una delle poche cose che molti dei suoi uomini gli abbiano mai sentito dire, nel suo sguardo tutta la fierezza di un uomo che ha ripetutamente battuto la morte in un gioco che spesso avrebbe voluto perdere. A guardarlo si capisce perfettamente che non c’è bisogno di parlare molto per essere un leader, basta il suo sguardo, glaciale, distaccato, penetrante, come in grado di comunicare con ogni anima che incontra, il dolore è il suo linguaggio, la base comune che gli permette di capire ogni uomo del suo equipaggio. Sembra cattivo, non lo è, sembra insensibile, non lo è, sembra rude, in realtà è solo un uomo che ha deciso di non parlare più senza una ragione, perché per lui la vita ormai è un lusso, un extra che non era previsto e a cui lui non ha più nulla da dire. Mangia solo e raramente, beve molto ma come per una maledizione non riesce proprio a stordire quel cuore che dentro di lui grida incessantemente. I suoi dialoghi più belli sono quelli che fa col mare, spesso lo si può vedere sul ponte, fuori dalla sua cabina, a fissare le onde, e in quel momento, solo ed esclusivamente in quel momento, il suo sguardo si scioglie, per un attimo diventa umano, per qualche istante sembrerebbe proprio un padre di famiglia,  un amico fidato, un uomo felice.

Quello che vede con gli occhi quando fissa il mare nessuno lo sa, e con nessuno mai ne parlerà… ma io penso di saperlo. Era notte, mesi fa, stavamo tornando da un viaggio in Asia, dopo giorni di tempesta finalmente eravamo arrivati una zona tranquilla, era stata una settimana massacrante, tutti noi dormivamo, ma io ebbi un incubo così mi alzai per prendere una boccata d’aria, ma ancor prima di mettere il piede fuori dalla porta, intravidi il capitano sul ponte, in mano un fogliettino che fissava incessantemente, lo guardai meglio… era una foto. Nella foto c’era lui con una bambina, ridevano… guardai nei suoi occhi, stava piangendo, calde lacrime rigavano la sua freddezza, tracce di emozioni apparivano dietro quella pelle dura e temprata in anni di battaglie, poi si asciugò gli occhi, li chiuse per lunghi attimi, alzò lo sguardo verso di me, e mi vide… gli occhi erano tornati gelidi come sempre, mi fissò un attimo, poi riguardò la foto, allungò il braccio fuori dalla ringhiera del ponte e la lasciò cadere nel mare. Poi si avvicinò verso di me, che intanto ero uscito allo scoperto, mi guardò. Io non ebbi il coraggio di dire niente. Come niente se ne andò. Sapevo di essermi guadagnato l’unica “emozione” che era capace di esprimere benissimo: l’indifferenza.

La nave, in finale, partì alla volta di nuove avventure, senza certezze, senza sicurezze, senza sapere quello che avrebbe incontrato nel viaggio, proprio come non lo sa ogni uomo tutte le mattine quando apre gli occhi.

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Nick Vujicic

gennaio 18, 2010

Negli ultimi giorni è stato mostrato un video eccezionale come esempio di forza e voglia di vivere. Il protagonista di questo video è Nick Vujicic, un ragazzo australiano nato senza arti, ma chi è questo ragazzo che sta dando una così grande lezione di vita?

questo è il video che sta spopolando in rete:

questo è un po’ più approfondito:

“Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo”

Mi chiamo Nick Vujicic , ho 25 anni e vivo in Australia. Sono nato privo di arti e i dottori non hanno saputo fornire alcuna spiegazione medica per questo “difetto” di nascita. Come immaginerete, questo mi ha portato ad affrontare molti ostacoli e sfide.

”Considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate”…Come si fa a considerare il nostro dolore, le nostre sofferenze e le nostre lotte “una grande gioia”!? I miei genitori, essendo cristiani (e mio padre anche pastore di una chiesa), conoscevano bene questo versetto. Ma la mattina del 4 dicembre 1982 a Melbourne, le ultime parole che venivano in mente ai miei genitori erano: “Gloria a Dio!”              Il loro primogenito era nato senza né braccia né gambe! Non c’erano state avvisaglie e neppure il tempo per prepararsi. I dottori erano altrettanto scioccati e non avevano risposte da darci! Ancora oggi non esiste una spiegazione medica di quanto è accaduto e  mio fratello e mia sorella sono nati sani  come la maggioranza degli altri bambini.

Tutta la chiesa provò una grande tristezza per la mia nascita e i miei genitori ne furono totalmente devastati. Ognuno chiedeva: “Se Dio è un Dio d’amore, perché mai permette una cosa così bruttae oltretutto a credenti consacrati?” Mio padre credeva che non sarei sopravvissuto a lungo, ma le analisi rivelarono che ero un bambino sano, anche se mi mancava qualche arto…

“Romani 8:28 Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio”.

Questo versetto ha parlato al mio cuore e mi ha convinto che non è certo per fortuna, caso o coincidenza che queste cose “brutte” avvengono. Ho trovato una pace completa nel sapere che Dio non lascia che accada nulla nella nostra vita a meno che non ne abbia un buon motivo. Così ho dato tutta la mia vita a Cristo all’età di 15 anni, dopo aver letto il capitolo 9 del vangelo di Giovanni. Gesù parlando dell’uomo nato cieco spiegò che “è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui”.

Io ho creduto sinceramente che Dio mi avrebbe guarito perché potessi essere una grandiosa testimonianza della Sua immensa potenza. In seguito mi è stata data la saggezza di capire che se chiediamo qualcosa in preghiera, ed è nella Sua volontà, avverrà secondo il Suo tempo; se invece non è volontà di Dio che accada, vuol dire che Egli ha in vista per noi qualcosa di meglio.

Ora vedo una rivelazione della Sua Gloria in come mi sta usando, così come sono, in modi che sarebbero impossibili ad altri. Ho 25 anni e ho completato gli studi universitari in Economia e Commercio specializzandomi in Programmazione e Calcoli Finanziari. Sono anche un predicatore e amo viaggiare e condividere la mia storia e la mia testimonianza ovunque se ne  presenti l’opportunità. Ho maturato una certa esperienza nel relazionarmi agli studenti e nell’incoraggiarli su argomenti che interessano i giovani di oggi. Sono anche invitato a fare discorsi a uditori di livello manageriale.

Ho una vera passione per l’evangelizzazione dei giovani e mi tengo sempre disponibile per qualsiasi cosa Dio mi voglia far fare: dovunque mi guida, io Lo seguo.

Ho molti sogni nel cassetto che desidero realizzare nella mia vita. Voglio fare quanto è in mio potere per diventare un miglior testimone dell’Amore e della Speranza divini, per diventare un oratore internazionale e per essere usato sia in ambiti cristiani che non cristiani. Vorrei essere finanziariamente autonomo,  modificare un’auto per me ed essere intervistato per condividere la mia storia nel noto programma TV “Oprah Winfrey Show”.

Anche scrivere  libri è una delle mie ambizioni e spero di concludere il mio primo libro per la fine di quest’anno. Il titolo: “Senza braccia, senza gambe e senza preoccupazioni!”

Credo che se hai il desiderio e la passione di realizzare qualcosa e se è nella volontà di Dio, tu ce la farai, a tempo opportuno. Come esseri umani, noi continuiamo a porre limiti su noi stessi senza ragioni valide e, quel che è peggio, poniamo limiti all’Iddio che può ogni cosa. Lo facciamo piccolo piccolo. La cosa sorprendente riguardo la potenza di Dio è che se vogliamo fare qualcosa per Dio, invece di considerare le nostre capacità dobbiamo concentrarci sulla nostra disponibilità, perché sappiamo che Dio è con noi e non possiamo far nulla senza di Lui. Una volta che ci rendiamo disponibili per l’opera di Dio, è ovvio che possiamo far leva sulle capacità di Dio stesso!

“Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13).

Dio ha uno scopo per la tua vita! E riguardo alle tue preghiere inesaudite, ricorda che Dio è fedele. Cosa dobbiamo fare quando chiediamo ma non riceviamo? Geremia 2:12-14: “«Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi», dice il Signore”.

Fatti coraggio amico, perché la battaglia è del Signore e io ti esorto a combattere per la verità. Poiché è la verità che ti farà libero e la Pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza regnerà nel tuo cuore. Il Signore ti benedica mentre Lo cerchi diligentemente e ti conceda la sapienza e la forza che ti servono per il cammino.

Nick Vujicic

Visita il sito di Nick : www.lifewithoutlimbs.org


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Scuola, cagate e lezioni di vita

gennaio 14, 2010

Seconda media,  una storia vera. Ora di musica, professore sessantottino. Mezzo artista, mezzo musicista, mezzo matto… o un terzo musicista, un terzo artista e il restante da suddividere tra follia e famiglia. Nella classe regna stranamente il silenzio, stranamente perché durante l’ora di musica uno si aspetta di sentire i flauti di plastica da quattro soldi suonare a tre voci, che poi in tre anni di medie non abbiamo mai fatto un’armonia fatta bene. C’è silenzio perché noi, piccoli studenti, non ancora adolescenti, non più bambini, ci sentiamo traditi da quel professore, uno dei “nostri” è stato punito dal preside, l’unica testimonianza che poteva scagionarlo era del professor Sandro…. poteva, ma non lo fece. Lui è sempre stato uno dei nostri preferiti, come fai ad odiare un uomo che ti insegna la musica? E’ come avercela con quella di educazione fisica… ma siamo matti? Ci fa giocare a pallavolo! Ma qualcosa oggi si è rotto… il tradimento non è tollerato, nemmeno da uno studente ragazzino.

Lui se ne sta lì, seduto sulla cattedra come sempre, ci guarda da dietro i suoi occhialini da vista tondi tondi. Sopra una camicia a fantasia improbabile il solito maglioncino smanicato che non c’entra niente cromaticamente con tutto il resto: i pantaloni cachi, i calzini rosa, i riccioluti capelli grigi. Non parla. Lo sa benissimo cos’è che ci turba. Apre la bocca per un attimo… ma non dice nulla. La richiude. Porta la mano sotto il mento, e con le dita si accarezza il mento con la barba di due giorni. Poi il lampo di genio. Con un piccolo balzo scende dalla cattedra. Inizia a passeggiare tra i banchi. Prende i suoi occhiali tondi tondi e li guarda controluce per vedere lo sporco, li abbassa e se li pulisce con il maglioncino che cromaticamente non c’entra niente con tutto il resto: La pelle chiara, gli occhi marroni e le scarpe beige. Strizza gli occhi, guarda verso il ragazzo che è stato punito. Rimette gli occhiali tondi tondi sul suo naso aquilino e debutta così: “Ragazzi, vi racconto una storia”. Si sistema gli occhiali con un dito, poi continua la passeggiata tra i banchi.

“Un uccellino un bel giorno se la cantava su di un ramo molto alto, era piccolo, ancora non sapeva volare… ed era inverno, c’era vento… e faceva freddissimo! – si avvicina alla finestra mettendo le mani in tasca, poi si appoggia al muro, guarda fuori e continua – ad un tratto una raffica di vento molto forte coglie impreparato il pennuto, che si sbilancia e cade dal ramo. Fiuuuuu - imita il fischio di una caduta in versione cartoon, con la mano destra intanto mima “la caduta” dell’uccello, qualcuno intorno a me ridacchia – BOOM! Si schianta al suolo e si spezza un’ala. Il tempo passa, e l’uccellino proprio non ce la fa a muoversi, il freddo è micidiale, si sente morire. Ma succede qualcosa…” Qui si ferma, fa una lunghissima pausa. In un modo o nell’altro quel 33% di artista che è in lui è riuscito a catturare la nostra attenzione, tutti pendiamo dalle sue labbra. Poi  si ferma davanti la cattedra e prosegue:

“…Una mucca che passava lì per la campagna, quasi lo calpesta passandogli vicino. Si ferma esattamente sopra di lui, mangia un po’ d’erba e rumina, rumina – mima la ruminata con la bocca – poi ad un tratto tutto quel ruminare la stimola, allora… PAFF! Fa una bella cagata che sommerge l’uccellino lì a terra”, nella classe il silenzio viene interrotto bruscamente da una sonora risata di tutti i miei compagni, anche il prof accenna un sorriso. Poi riprende:

Inaspettatamente la cacca della mucca si rivela un toccasana, infatti il calore tiene in vita il povero animaletto, che a fatica tira fuori la testa da quella piccola montagnola di… cacca, la mucca intanto riprende il suo pascolare spensierato. Tutto felice per essere ancora vivo l’uccellino cinguetta allegramente. Ma (c’è sempre un “ma”) il canto dell’uccellino attira un gatto che passava proprio lì vicino in quel momento… si avvicina, tira fuori l’uccellino dalla merda, gli da una ripulita – e qui mima con la sinistra il gesto del gatto che alza l’uccello con la zampa, e con la destra “la ripulita” – lo guarda un attimo e… Gnam, se lo mangia!”

un coro di “che schifo” si alza dai banchi dei maschietti, mentre le femminucce propendono per un più sentimentale: “poverino!!”. Mi guardo un attimo intorno, la classe è in fermento, qualcuno prova addirittura a dare un abbozzo di spiegazione scientifica, qualcuno semplicemente si chiede che c’entrasse con la musica, altri invece aspettano che il professore dia ulteriori spiegazioni, io mi unisco a questi e inizio a scrutare il lungo volto del mezzo musicista.

“La morale di questa storia? Non sempre chi ti mette nella merda ti fa del male… e non sempre chi ti ci toglie lo fa per il tuo bene…”

Una piccola lezione di vita…strana ma indimenticabile.

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Il mercante di illusioni

gennaio 12, 2010

Mercante del bazar Pul-I-Khumri (Afghanistan), 2003 © Laura Salvinelli

Lo incontrai la prima volta tempo fa, all’incrocio di due strade. Seduto dietro un banchetto imbandito di ogni cianfrusaglia e sogni di seconda mano, scrutava i passanti come a cercare di capire chi fosse adatto alla sua mercanzia. Occhi scuri, profondi, marroni come le castagne in autunno, e come queste il suo sguardo era protetto da pungenti aculei che ti si conficcavano nell’anima ad ogni occhiata. La barba come ricamata di colori vivi e pieni di sfaccettature ricordava quei mercanti mediorientali che gabbano i turisti vendendo loro ogni sorta di oggetto inutile e grottesco. Le braccia possenti e muscolose in grado di immobilizzare un toro se solo avesse voluto. “buona sera, amico mio – mi disse con voce accattivante – tu sembri proprio il cliente adatto per questo bazar”. Mi guardava con aria sicura, non era smielato, non era ruffiano, sapeva semplicemente di dire la verità. “Perché? Che tipo di cliente sarei io?” risposi un po’ stizzito, come tutti quelli che non amano sentirsi inserire in una categoria. “oooh, amico, ma è chiaro… tu sei un uomo sicuro di se. Una persona tutta di un pezzo…”. Aveva fatto centro, era riuscito a farmi fermare davanti al sua banco. “… la vedi questa? – tirò fuori da dentro una tasca interna una penna estremamente elegante, nera con rifiniture d’oro – questa è la soluzione ad ogni tuo problema”. Lo fissai, era chiaro che non gli dovessi credere ma una parte di me aveva già abboccato. “cosa sarebbe mai?Una penna magica?” risposi. “Questa penna ha un inchiostro speciale… è unica nel suo genere! E’ mescolato con lacrime di un’amante abbandonata e con una goccia di sangue di un grande poeta, non si esaurisce mai e chiunque la possiede può scrivere versi magnifici in grado di conquistare qualsiasi donna si desideri”. Lo fissai attentamente, non so perché ma sapevo stesse dicendo la verità. Guardai ancora il nobile oggetto nelle sue mani… la parte aurea brillava al riflesso del sole, era bella a vedersi. Allungai la mano per afferrarla… “ah! ah! Amico… tutto ha un prezzo” disse ritraendo la mano. “Quanto vuoi?” risposi io. “Oooh, questo mi offende terribilmente, pensi veramente che venderei un pezzo così pregiato per del vile denaro? No… voglio qualcosa di più personale da te”. Mi fissava negli occhi, uno ad uno potevo sentire gli aculei del suo sguardo ferirmi l’anima, sarei dovuto fuggire via, ma non lo feci, pregustando già di poter conquistare ogni amore. “Quello che voglio è qualcosa di estremamente prezioso… dammi il tuo sogno più bello”. Trasalii. Il sangue per un attimo si fermò nelle mie vene, mi gelai. “oh, forse ho visto male allora… non siete il cliente adatto” con una mano si riaprì la giacca pronto a celare nuovamente all’interno della tasca il mitico strumento. “No, mi hai convinto!” dissi afferrandolo per il polso cercando di fermarlo. Un lungo ghigno si allungò sul suo volto. Mi prese la mano sinistra e dentro ci mise la penna. Poi, senza lasciare la presa, alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi “adesso pagami però…”. Quegli attimi li ricorderò per sempre. La sequenza, le sensazioni, ogni movimento. La mia mano destra che fruga all’interno della tasca sinistra della giacca, le mie dita che afferrano il sogno di una vita per l’ultima volta, il lento movimento per estrarlo dalla tasca, poi l’ultimo fugace sguardo a quell’oggetto, apparentemente senza valore: era un orecchino da donna, l’aveva perso la mia amata tempo addietro ed era per me l’unica speranza di rivederla, di ritrovarla, di conquistarla. Cos’è un sogno in confronto alla certezza di tutte le donne che voglio? pensai tra me e me in quell’istante. Il mercante aprì la sua mano e io vi feci cadere il mio sogno più bello. La chiuse e io non lo rividi mai più. Me ne andai senza neppure salutare. Arrivai a casa e iniziai a scrivere con quella penna prodigiosa; scrivevo storie, poesie e sonetti di una bellezza straordinaria, racconti eccezionali intrisi delle più belle emozioni che un uomo possa provare, scrivevo lettere d’amore per donne che puntualmente cadevano ai miei piedi. Ma mi resi conto di quanto quella penna mi costò veramente solo quando rileggendo ogni mio scritto mi accorsi che tutto parlava di lei, della mia amata che ormai non mi era più concesso neppure sognare. A che vale scrivere d’amore se poi non posso coronare il mio sogno? Così misi da parte la penna, gli scritti e ogni illusione. Il mercante di illusioni aveva fatto di me uno sconfitto.

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